Chi era il ‘cuntastorie’ tarantino? Il ruolo di narratore comunitario che oggi rischia di scomparire

Quando ho deciso di mettere radici a Taranto, a convincermi non sono stati solo i piatti di riso, patate e cozze assaggiati in una trattoria con le sedie spaiate, o le salite in bicicletta tra vicoli che profumano di mare e sugo di pomodoro. Mi ha conquistato soprattutto una voce: quella di chi, per mestiere o per vocazione, trasforma la vita di quartiere in racconto. La città ha custodito a lungo una figura capace di dare forma alla memoria collettiva: il narratore di comunità, quello che in molti qui ricordano come “cuntastorie”. Oggi, però, quella voce rischia di perdersi tra i rumori di fondo della modernità.
Questo pezzo prova a ricomporre il suo profilo, seguendone le tracce tra porto e piazze, ascoltando frammenti che ancora circolano nei mercati e nelle osterie, e interrogando le regole — ufficiali e non — che potrebbero salvarne l’eredità immateriale.
Dalla piazza al porto: il profilo di un narratore necessario
Il cuntastorie tarantino non è solo un “cantastorie” nel senso stretto, quello dei cartelloni dipinti e della chitarra a tracolla che molti associano alla tradizione siciliana. A Taranto, il narratore nasce dall’incrocio tra mare e strada: prende ritmo dal passo dei pescatori, assorbe parole dal mercato del pesce, porta con sé la cadenza lenta del Mar Piccolo e la schiettezza dei vicoli della Città Vecchia.
La sua scena naturale è la soglia: tra una porta e la piazza, tra la banchina e il banco del fruttivendolo. Non di rado alterna il parlato al canto, inserisce un ritornello per far entrare il pubblico, improvvisa con la lingua del quartiere (il tarantino, con le sue vocali aperte e gli spigoli ironici) e pesca personaggi dalla vita quotidiana: il mitilicoltore che conosce il tempo meglio del calendario, la massaia che misura la felicità in tazze di caffè, l’operaio che conta i turni sulla punta delle dita.
Il repertorio è composito: fiabe urbane, cronache minime, satire di costume, episodi di mare e di pioggia. Chi ricorda le esibizioni più antiche racconta di strofe “a chiamata”: bastava un cenno del capannello per chiedere una storia di santi, una di briganti, o una sugli amori finiti male. Il narratore teneva insieme tutto con un filo: la comunità che ascolta.
Memoria, notiziario popolare e satira: a cosa serviva davvero
Prima dell’epoca degli smartphone, il cuntastorie copriva funzioni precise: era archivio vivente, giornale orale, tregua dal lavoro. Trasformava notizie in racconti brevi, filtrava il fatto nudo con un velo di ironia e offriva una “linea editoriale” condivisa: i buoni potevano cambiare maschera, ma i furbi rimanevano riconoscibili, e il senso morale scivolava senza prediche.
Gli etnografi che hanno lavorato in Puglia negli ultimi decenni descrivono ruoli simili in varie comunità marinare: la storia narrata in pubblico aiuta a compattare il gruppo, seleziona ciò che vale la pena ricordare e crea una riserva di proverbi, modi di dire, canzoni da usare nelle situazioni difficili. Non si tratta di nostalgia: è manutenzione della memoria. Anche a Taranto, dove le fratture del Novecento — dall’industrializzazione alle migrazioni interne — hanno cambiato le coordinate, questi artigiani della parola hanno fornito una bussola emotiva, spesso nei momenti di crisi.
Accanto alla funzione memoriale, c’era poi quella informativa. Mercato e banchina sono stati per secoli luoghi di scambio di notizie: il narratore le ordinava, ci aggiungeva contesto, e le restituiva con immagini vivide. “Com’è il mare stamattina?” non era solo una domanda sul tempo: significava sapere se si poteva uscire con la barca, se il prezzo delle cozze sarebbe salito, se i racconti di ieri dovevano essere aggiornati. Il cuntastorie operava sul bordo tra realtà e racconto, con una responsabilità tacita: far circolare le informazioni senza tradirne il senso.
Lingua, ritmo e cucina: la grammatica dei cunti tarantini
Una delle chiavi del mestiere era la lingua. Il tarantino del narratore è sintetico, canzonatorio, rapido a svoltare su una rima bassa per strappare una risata. Molte strutture metriche attingono al patrimonio delle filastrocche e dei canti di lavoro; l’uso del ritornello, spesso accompagnato da un battito di mani, faceva da metronomo alla partecipazione.
Ma il vero segreto, almeno per chi come me esplora Taranto anche attraverso le sue tavole, è l’intreccio con la cucina. Nelle storie tornano piatti che scandiscono stagioni e mestieri: le cozze crude che segnano l’inizio del giorno al mercato, il brodetto di pesce condiviso dopo la tempesta, la tiella preparata la domenica con un’attenzione religiosa. Il cibo non è dettaglio decorativo: è parte della sintassi narrativa, un indicatore sociale, un termometro degli umori. A forza di ascoltare e assaggiare, ho capito che in certe piazze il racconto si apre con il profumo: l’aglio che frigge, il pomodoro che si addolcisce, il pesce che salta nella padella. Il narratore lo sa e lo usa: con due immagini porta il pubblico dentro casa.
Non va sottovalutata la relazione con i suoni della città. Gli studiosi parlano di paesaggio sonoro: chi racconta in strada impara a modulare la voce tra il vociare del mercato, il clacson lontano, il gabbiano che taglia il cielo. Il cuntastorie si colloca dentro questo impasto: prende il rumore e lo converte in ritmo, come un percussionista che suona il traffico e il vento.
Perché oggi quella voce rischia di spegnersi
Negli ultimi vent’anni, molti fattori hanno eroso il terreno sotto i piedi dei narratori di strada. Il primo è evidente: la competizione con la “piazza digitale”. Video corti, algoritmi, microcontenuti veloci. Molti potenziali ascoltatori non si fermano più: scorrono. La seconda pressione è normativa: regolamenti comunali sul suolo pubblico e sull’intrattenimento possono essere pensati per grandi eventi o per il turismo di massa, e risultare troppo rigidi per chi lavora su piccola scala e in forma itinerante.
I dati del settore culturale europeo suggeriscono una contrazione dei mestieri di strada non regolamentati e un aumento degli eventi festivalieri concentrati in pochi fine settimana l’anno. Funziona per l’indotto turistico, meno per la vita quotidiana dei quartieri. In più, la trasmissione intergenerazionale è fragile: pochi apprendisti, molte incertezze economiche, una reputazione confusa tra arte e “passatempo”.
A Taranto pesa anche la trasformazione degli spazi. Alcune aree del centro storico hanno vissuto una forte gentrificazione, altre restano marginali o inaccessibili. La vocazione del narratore era occupare le soglie: se le soglie si svuotano, o diventano “vetrine” in cui sostare è poco gradito, la voce perde il suo palco naturale.
Cosa dicono le tutele: dal diritto internazionale alle pratiche locali
La buona notizia è che esistono strumenti per proteggere e rigenerare pratiche come questa. La cornice più ampia è quella della [[Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale]], che riconosce valore a saperi, espressioni orali, rituali e pratiche sociali trasmesse di generazione in generazione. Dentro questa logica rientrano a pieno titolo i repertori del racconto orale di comunità e le forme di spettacolo popolare non codificate.
Secondo le linee guida europee e le buone pratiche di molte città mediterranee, la tutela efficace passa da tre azioni coordinate: documentare (registrare voci, testi, contesti), trasmettere (favorire l’apprendistato e l’incontro tra maestri e giovani) e garantire sostenibilità economica (micro-finanziamenti, semplificazioni per l’uso dello spazio pubblico, fiscalità leggera per gli artisti di quartiere). In Italia, l’Inventario nazionale del patrimonio culturale immateriale, gestito dal Ministero della Cultura, è lo strumento per candidare e riconoscere pratiche vive nei territori. Il riconoscimento non è un trofeo: è un contratto implicito con la comunità, che si impegna a curare e non musealizzare la tradizione.
In parallelo, i Comuni possono dotarsi di regolamenti per l’arte di strada che distinguano tra alta e bassa stagione, tra piazze residenziali e mercati, tra amplificazione e voce naturale. È quello che alcune amministrazioni stanno sperimentando: orari chiari, mappe delle “aree gentili” per la narrazione, modulistica ridotta e, soprattutto, un referente unico che ascolti gli operatori. La tutela non vive senza dialogo.
Infine, il marchio territoriale può aiutare, se usato con misura. Inserire il racconto orale tarantino nei percorsi turistici non significa trasformarlo in un numero da palcoscenico; piuttosto, vuol dire offrire occasioni d’incontro rispettose, far circolare un calendario sobrio, remunerare il tempo degli artisti. Su questo fronte, esperienze citate da osservatori indipendenti mostrano che piccoli investimenti generano ritorni stabili in termini di reputazione e coesione sociale. UNESCO raccoglie casi di studio utili per chi voglia progettare.
Una rinascita possibile: scuole, trattorie e biciclette
Se c’è un luogo dove immagino il futuro del cuntastorie, è l’incrocio tra quartiere, scuola e cucina. In classe, il racconto orale allena l’ascolto e l’attenzione, abilità rare nell’epoca degli scroll infiniti. Le scuole possono ospitare laboratori con narratori anziani e giovani musicisti, lavorare su dialetto e italiano insieme, costruire piccoli “archivi viventi” con registrazioni e trascrizioni. I dati del settore educativo confermano che esperienze del genere migliorano la comprensione del testo e rafforzano l’autostima linguistica degli studenti.
Le trattorie di quartiere, da parte loro, sono teatri naturali. Non serve trasformare il pranzo in spettacolo: bastano mezz’ore serali dedicate al racconto, magari il giovedì quando la sala è più intima. Ho visto negli ultimi mesi proprietari curiosi sperimentare formule leggere: un menù tradizionale ridotto, una storia legata al piatto, una canzone come chiosa. Si paga un gettone all’ingresso, si prenota online, si mantiene il volume della voce naturale. La comunità ringrazia.
E poi c’è la bicicletta, che per me è un modo di attraversare Taranto senza filtri. Un “giro dei cunti” potrebbe collegare tappe brevi in luoghi adatti all’ascolto: cortili, slarghi riparati dal vento, vista sul canale navigabile. Ogni tappa un frammento di storia, ogni frammento una mappa sensoriale: il sale sul labbro, la luce che cambia sul ponte, il profumo di una cucina che sfiata. Si può fare con gruppi piccoli, cuffie condivise solo quando indispensabili, e un patto chiaro con i residenti.
Per dare stabilità, servono poi strumenti digitali ben progettati. Non “sostituti” della piazza, ma amplificatori: un sito con calendario, brevi profili dei narratori, un archivio aperto con licenze che permettano la condivisione rispettosa. Poche regole chiare: riconoscere sempre gli autori, evitare estratti fuori contesto, non monetizzare senza consenso. Le piattaforme esistono: vanno usate con etica e misura.
Itinerario d’ascolto: dove cercare ancora le storie
Se volete provare a intercettare un racconto, iniziate presto. Al mercato del pesce, tra Mar Piccolo e la Città Vecchia, le parole scorrono veloci come i coltelli che aprono le cozze. Fermatevi dove c’è un vuoto di tre metri dal banco: è lì che a volte si accende il racconto. Più tardi, cercate gli slarghi silenziosi dietro la cattedrale di San Cataldo: i muretti hanno memoria lunga.
All’ora di pranzo, sedetevi in una trattoria che non ha paura del tempo lento: quelle dove il sugo borbotta ancora in una pentola grande, e il proprietario conosce i nomi dei clienti. Chiedete, senza insistenza, se capita di ospitare chi racconta. Spesso la risposta è: “Dipende da chi c’è stasera”. È già una porta socchiusa.
Nel pomeriggio, salite in bicicletta lungo la litoranea in direzione di Lama. Ci sono punti in cui il vento si fa complice: a volte bastano due persone, un anziano e un ragazzo col tamburello, per ricreare l’aria di un cunto. Niente amplificazione, solo voce e ascolto: vi accorgerete che il mare è una cassa armonica.
La sera, tornate in Città Nuova e cercate i bar che fanno anche musica acustica. Qualcuno, senza dirlo troppo forte, alterna canzoni e racconti: cronache minute, satire amorose, storie di lavoro. Non aspettatevi locandine: questa tradizione vive di passaparola e coincidenze. La caccia è parte del gioco.
Linee pratiche per istituzioni e comunità
Per i decisori locali: prevedete un regolamento snello per la narrazione di strada a voce naturale, con fasce orarie, aree idonee e un canale unico per le comunicazioni. Create un micro-fondo dedicato all’apprendistato, erogato tramite bandi leggeri e mentorship.
Per le associazioni: progettate una “chiamata” annuale rivolta ai narratori, per raccogliere repertori e biografie. Lavorate con linguisti ed etnomusicologi delle università pugliesi per documentare dialetti, ritmi e forme. Pubblicate esiti e materiali in un archivio online libero e curato.
Per i cittadini e gli operatori dell’ospitalità: sostenete gli appuntamenti regolari, anche piccoli. Prenotate, portate amici, comprate il libretto o la registrazione a fine serata. Il racconto di comunità vive se qualcuno, davanti, annuisce e ride al momento giusto.
Note di metodo e riferimenti
Questo articolo nasce da ascolti sul campo tra Taranto Vecchia e le marine, da conversazioni informali con ristoratori, musicisti e anziani di quartiere, e dal confronto con studi etno-antropologici italiani sul racconto orale. Le linee guida richiamate sono quelle, in forma generale, dei principali organismi culturali europei e internazionali, integrati con buone pratiche municipali adottate in alcune città del Mediterraneo. Per la tutela del patrimonio immateriale si rimanda alla cornice normativa internazionale e agli strumenti nazionali di inventariazione. Le percentuali e le tendenze citate sono indicative e coerenti con lo stato dell’arte del settore, secondo osservatori specializzati.
Se vi capita di incontrare un narratore, fermatevi. Comprate il suo tempo, con un applauso o una moneta. È un investimento minimo per una ricchezza che non si vede ma si sente: una città che torna a raccontarsi, a voce alta, con il ritmo del suo mare.

