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Chi erano i personaggi leggendari dei vicoli tarantini? Aneddoti e storie passate sottovoce

Ilenia Scioscidi Ilenia Sciosci· 03/08/2026 17:14
Chi erano i personaggi leggendari dei vicoli tarantini? Aneddoti e storie passate sottovoce

Erano pescatori-sentinella, artigiani di vicolo, cantastorie e figure di devozione che tenevano insieme la Città Vecchia. Restano i soprannomi: ’u Pisciarö, la Sciabecchera, Zì Catald, la Monaca del pendio. Vite comuni diventate leggenda, passate di voce in voce.

I custodi del mare

I pescatori dei vicoli leggevano il Mar Piccolo come un libro. Segnavano correnti, lunari, passi del vento. Quando fischiava l’officina dell’Arsenale Militare Marittimo di Taranto, capivano l’ora anche senza orologi.

Di ’u Pisciarö si diceva che riconoscesse il banco di cefali dal rumore delle code sulle paratie. Bussava alle porte all’alba con nasse e sale grosso. Vendita rapida, due parole secche, poi via verso l’acqua.

La Sciabecchera, seduta sul gradino, rammendava reti fino al buio. Infilava aghi di legno tra maglie di canapa, senza alzare lo sguardo. Cercate i solchi sul basolato: sono le sue firme discrete.

Lu Riccio, pescatore in apnea, teneva un retino legato alla cintura. Tornava con spine su gomiti e ginocchia. Donava il primo riccio ai bambini del cortile “per propiziazione”. La leggenda dice che da quel gesto il mare gli risparmiò tre volte la burrasca.

Le voci dei cortili

Nei pomeriggi d’estate arrivava il cantastorie con chitarra e carta oleata. Cantava naufragi e matrimoni, sfiorando panni stesi e sedie impagliate. Una moneta nel piatto, una strofa in più sul santo del quartiere.

Passava il coltellinaio con la mola a pedale. Scintille brevi, odore di ferro bagnato. Conosceva ogni porta per nome: botteghe, cucine, taverne. Tra una lama e l’altra, portava notizie.

Donna Rusina, “l’acquaiola”, vendeva acqua fresca d’inverno con bicchieri di vetro spesso. Sul carretto, una campanella. Dicevano che ricordasse la sete di ognuno. Un sorso e via, lasciando il cortile più leggero.

Guappi, mediatrici e segnatori

Nei decenni del Regno delle Due Sicilie, prima e dopo i passaggi di casacca, i vicoli ebbero “guappi” di quartiere. Non boss, ma arbitri di piccole contese: una rete strappata, una promessa non mantenuta, un vaso rotto dalla pallonata. Il loro potere era nella parola data.

La mediatrice, Donna Filomena, regolava fidanzamenti e doti. Portava messaggi tra famiglie, misurava aspettative, proponeva date buone e nomi di comari. Un’agenda fatta di orecchio e pazienza.

La segnatricè spezzava il malocchio con olio e acqua. Tracciava croci d’aria e sussurrava formule. Non nominava mai la paura: la chiamava “peso”. Quando l’acqua si allargava a fiore, il cortile tirava il fiato.

Ombre e santi: notti e presagi

La Monaca del pendio, figura sottile con velo scuro, appare nelle notti di tramontana. Si dice accompagni i passi dei ritardatari verso casa. Se la incroci, non parlare: l’ombra passa e spegne il vento dietro di sé.

Il Tamburo della notte era un suono sordo tra archi e sottani. Per alcuni, il rimbombo di botti nelle cisterne. Per altri, il richiamo segreto dei pescatori quando il pesce entrava in porto. Oggi lo senti solo nei racconti, ma fa ancora stringere le spalle.

Lo Sbilenco, ragazzino agile, correva i tetti per avvertire di piogge improvvise. Batteva tre volte alle travi più sporgenti. Quando smise di comparire, la gente disse che aveva trovato una barca con vela nuova. La leggenda, da allora, lo confonde con una rondine.

Tracce e luoghi: come ascoltare oggi

Le edicole votive raccontano i custodi dei vicoli. Candele consumate, nastri azzurri, ex voto in lamina: segni di grazie e paure condivise. Fermatevi a leggere i nomi incisi dal sale.

Tra archi bassi e scale di tufo, cercate i gradini conchigliati. Sono passaggi antichi di donne con sporte e di uomini con reti bagnate. Ogni rientranza del muro è un palco in miniatura.

Le vecchie botteghe hanno insegne sbiadite. “Scarparo”, “Fabbro”, “Speziale”. A volte dietro la saracinesca trovate ancora banchi, sagome di cartone, cassette di legno. Chiedete al vicino più anziano: vi racconterà a chi appartenevano.

All’alba, quando il porto respira piano, il quartiere restituisce echi. Sui panni stesi, il vento fa melodie corte. Sono i momenti giusti per udire i passi della Sciabecchera o la campanella dell’acquaiola, anche solo nella memoria.

Itinerario breve per ascoltatori attenti

Partite dalla rampa che guarda al mare interno e seguite i vicoli stretti fino a una piazzetta con pozzo. Lì, fermatevi tre minuti in silenzio. Annotate odori, rumori, voci.

Scendete verso i fondachi con archi a sesto ribassato. Cercate le pietre lisce vicino alle soglie: sono sedili di fortune domestiche. Poi risalite dove le corde per i panni incrociano il cielo.

Chiudete all’ombra di una chiesa laterale. Non l’ingresso principale, ma la porta piccola. A volte, un lumino è ancora acceso al mattino presto. È la prova semplice che i personaggi dei vicoli, pur invisibili, abitano la città che cammina.

Raccogliere queste voci è il mio lavoro e la mia casa. Le ho imparate bambina, le ho ritrovate dopo viaggi lunghi, le condivido in strada. Taranto non perde ciò che racconta: lo nasconde dietro l’angolo, in attesa dell’orecchio giusto.

Ilenia Sciosci
Ilenia Sciosci

Ilenia è cresciuta tra le viuzze del centro storico di Taranto ascoltando storie di pescatori. Dopo aver viaggiato a lungo, si è dedicata a valorizzare i quartieri popolari della città attraverso itinerari storici e racconti di vita quotidiana e antiche ricette di mare.