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Cosa si dice sulle antiche confraternite tarantine? Misteri e rituali ancora avvolti dal segreto

Sergio Lavianodi Sergio Laviano· 12/08/2026 08:41
Cosa si dice sulle antiche confraternite tarantine? Misteri e rituali ancora avvolti dal segreto

Vengo da Pulsano e ho imparato presto che a Taranto i riti non sono spettacolo: sono respiro quotidiano. Nel mio lavoro di fotografo di paesaggio ho rincorso tramonti sul Mar Piccolo, ma certe notti d’inverno, camminando nella Città Vecchia, ho scattato luci più dense: quelle delle antiche confraternite, quando aprono i portoni, provano i passi, regolano i silenzi. Da fuori si vede poco, e va bene così. Ma ciò che filtra basta a capire perché, qui, i Misteri non finiscono mai davvero.

Origini, funzioni e perché contano ancora

Le confraternite tarantine nascono come associazioni di laici, spesso artigiani o pescatori, con uno scopo doppio: carità concreta e custodia dei riti. La loro impronta si vede soprattutto nella Settimana Santa, quando processioni e pellegrinaggi mettono in strada una città intera, guidata dall’eco sorda della troccola. L’assetto canonico fa riferimento alla Arcidiocesi di Taranto, ma ogni sodalizio ha storia e statuto propri: regole interne, ammissioni ponderate, un patrimonio simbolico stratificato nei secoli.

Chi entra non cerca ribalta: accetta impegni e discrezione. Eppure, proprio questo basso profilo è ciò che affascina chi arriva da fuori. Non è folklore confezionato: è un linguaggio che ha imparato a stare in piedi da sé, anche quando la modernità spinge forte.

Abiti, suoni e gesti: un codice nel passo

Ho seguito più volte le prove nei chiostri: abiti bianchi, mozzetta colorata, volti coperti, rosari che battono contro il petto. Il ritmo del cammino è lento, quasi un’onda: serve a tenere insieme il corteo, ma anche a scandire una preghiera che non ha bisogno di parole. La troccola apre la strada, il tamburo la tiene: il resto è ascolto.

I simboli parlano per accumulo: le lampade a olio, i “misteri” portati a spalla, i guanti candidi, le scarpe che segnano il selciato. Ogni dettaglio ha una logica, anche se non tutto viene spiegato pubblicamente. A Taranto non si spiega per convincere: si mostra per trasmettere. Se non capisci subito, torna l’anno dopo: la città ti darà tempo.

Segretezza, rispetto e piccoli spiragli

Le confraternite vengono spesso descritte come “chiuse”. Più che chiuse, sono coerenti. Gli spiragli ci sono, ma non a orario continuato. Alcune chiese aprono per visite guidate, certi laboratori mostrano gli argenti restaurati, i musicanti provano a porte socchiuse. Mi è capitato di recente, in un pomeriggio di pioggia, di essere invitato a osservare per dieci minuti il lavoro sulle vesti: ago, tela, silenzio. Niente foto, solo occhi. Meglio così: l’immagine forte a volte è quella che non scatti.

Un lettore mi ha chiesto come “vedere tutto da vicino, magari dietro le quinte”. Gli ho risposto che il dietro le quinte non si chiede: si merita col tempo, tornando più volte, facendo domande sobrie al momento giusto, stringendo mani senza fretta. Qui il pass è la pazienza.

Dove e quando cogliere l’anima dei riti

Se vuoi avvicinarti nel modo corretto, lavora sugli spazi e sui margini temporali. Via Duomo al tramonto restituisce un riverbero che accarezza le mozzette e scurisce i portali: perfetto per capire l’atmosfera anche fuori dai giorni clou. Piazza Carmine, la notte, sa trattenere il respiro. Il Ponte di Pietra, con il vento che viene dal Mar Grande, fa rimbalzare la troccola come una bussola.

Nei giorni della Settimana Santa, muoviti in anticipo e scegli due, massimo tre snodi: un’uscita da una chiesa, un incrocio stretto, un rientro all’alba. Contare tutto è un errore: rischi di perdere il senso unitario del rito e ti ritrovi solo con un taccuino pieno e nessuna esperienza vera.

Consigli pratici per assistere e fotografare senza disturbare

Scrivo da chi sta sul campo con uno zaino leggero e un paio di scarpe giuste. Ecco la mia traccia operativa, testata più volte.

  • Arriva un’ora prima: studia luci, vie di fuga, dove si addensano i fedeli.
  • Lavora con ISO medi e tempi lunghi: niente flash, mai. La luce è parte del rito.
  • Stai contro muro o bordo marciapiede: non invadere il corridoio di passaggio.
  • Se vuoi audio, usa microfono direzionale: evita il ronzio continuo dello smartphone.
  • Se qualcuno ti chiede di arretrare, fallo subito. La fluidità è sacra quanto il silenzio.

Quando piove, proteggi l’attrezzatura ma non sfoderare ombrelli a caso: in vicoli stretti diventano armi. Meglio un cappuccio tecnico e una cover antipioggia per la camera.

Un caso concreto: la curva del Vicolo e l’alba al Carmine

L’anno scorso, durante il rientro di una processione, ho scelto una curva stretta a due passi da via Cava. Lì il corteo rallenta, le lampade ridisegnano i muri, i passi si fanno quasi sospesi. Ho impostato priorità di diaframma a f/2.8, ISO 1600, appoggio al muro e respiro trattenuto: due scatti buoni, uno mosso ma vivo. Alle 5 del mattino, vicino alla chiesa del Carmine, una luce lattiginosa ha sciolto il buio: ho abbassato gli ISO, ho tolto il paraluce per evitare flare e ho lasciato che la scena parlasse da sola. Nessuna foto eroica, ma sequenze utili a raccontare senza disturbare.

Errori tipici da evitare

  • Saltare di continuo tra punti diversi: perdi il filo e intralci.
  • Parlare a voce alta vicino ai portatori: loro sentono e si stancano.
  • Flash, lucette LED, torce del telefono: rovinano l’atmosfera e mancano di rispetto.
  • Chiedere selfie ai confratelli: non è una sfilata, è culto.
  • Pubblicare orari e percorsi non ufficiali: crea confusione. Affidati ai canali della Arcidiocesi di Taranto.

Dentro e oltre la Pasqua: opere e quotidiano

Le confraternite non spariscono con la fine dei riti. Molte portano avanti iniziative di carità, mantengono oratori, curano restauri minori, tengono viva la musica sacra. A me è rimasto in mente un pomeriggio d’autunno in cui, entrando per caso in una sacrestia, ho ascoltato prove di canto a tre voci: non c’era pubblico, non c’era scena. Ma lì ho capito che il segreto non è il non dire: è il dire all’essenziale, a chi c’è davvero.

Se vuoi offrire qualcosa in cambio, pensa semplice: una donazione discreta, l’acquisto di un opuscolo, una mail di ringraziamento alla fine del viaggio. Taranto ricambia gentilezza con memoria lunga: chi rispetta torna sempre con qualcosa in più.

Come informarsi senza cadere nel mito facile

La rete abbonda di racconti gonfiati, mezze verità e foto rubate in sagrestia. Fanno clic, ma non aiutano a capire. Meglio cercare programmi ufficiali, parlare con guide locali, confrontare racconti di quartiere. Un tassista di Porta Napoli mi ha detto: “Qui i riti si imparano ascoltando i silenzi”. Non è poesia, è metodo.

Alla fine, il mistero resta. Ma non serve scardinarlo: basta abitarlo con misura. Le confraternite tarantine non chiedono applausi, chiedono passo lento. Il resto lo fa la città, quando il vento gira tra i due mari e i lampioni disegnano cornici attorno alle persone. Lì, più che altrove, Taranto racconta se stessa.

Sergio Laviano
Sergio Laviano

Appassionato di fotografia paesaggistica, Sergio ha iniziato il suo blog documentando i tramonti mozzafiato sul Mar Piccolo. Cresciuto a Pulsano, oggi cerca percorsi alternativi fuori dalle rotte classiche, raccontando Puglia con gli occhi di un giovane curioso.