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Culto di San Cataldo tra i pescatori: le preghiere che il mare ha tramandato

Leandro Nardinidi Leandro Nardini· 03/09/2026 06:25
Culto di San Cataldo tra i pescatori: le preghiere che il mare ha tramandato

L’alba a Taranto ha un suono preciso: lo strappo secco delle cime, il borbottare dei diesel e una manciata di parole sussurrate verso il mare. Non sono ordini di bordo, non sono saluti. Sono preghiere. Le ho ascoltate per anni, tra Mar Piccolo e Mar Grande, quando lavoravo sulle barche di famiglia: frasi corte, ripetute a mezza voce, come una bussola che non tradisce. Per molti pescatori tarantini, San Cataldo non è solo un nome sulle chiese: è una presenza che si aggancia alle corde, entra nelle cabine e tiene d’occhio l’orizzonte.

Chi era San Cataldo per chi vive di pesce e salsedine

Le biografie ufficiali raccontano il vescovo pellegrino, l’uomo che approdò sulle nostre coste e lasciò un solco profondo. Ma a bordo, il profilo di San Cataldo è più pratico: è quello che veglia sulla rotta, placa il vento contrario, concede una schiarita quando la notte si fa lunga. Funziona come quando, prima di partire, controlli strumenti e serbatoi: sapere che c’è “qualcuno” dalla tua parte ti fa stringere meglio i nodi.

Ricordo mio padre che accarezzava la chiglia appena calata e mormorava: “Catalde, teneme ‘a prora diritta”. Per noi ragazzi era un rito come un altro, ma capisci presto che la fede in mare ha la concretezza del sale: non è decorazione, è un modo di stare al mondo. Se vuoi scavare oltre le schede e le processioni, ci sono anche i racconti orali su San Cataldo raccolti nelle vie antiche, dove le leggende si intrecciano con le voci dei vicoli e con le abitudini dei mestieri.

Le preghiere del mare: formule e gesti tramandati

Le parole cambiano da barca a barca, ma lo spirito è lo stesso. C’è chi recita l’Ave Maria fino al primo branco di cefali; chi fa il segno della croce sulla superficie, con due dita nell’acqua; chi annoda una striscia rossa alla ruota del timone, perché “il sangue dello sforzo non sia vano”. Sono gesti piccoli, spesso invisibili a chi sta a terra, tramandati come le ricette migliori: a voce bassa, guardandoti negli occhi.

Una delle formule più comuni è breve, quasi un colpo di remo: “San Catalde, tieni ‘u mare fermo e ‘a prora asciutta”. Tradotto: aiutaci a fare il nostro, tu pensa alle onde. Sembra ingenuo? In realtà funziona come quando, prima di un esame, ti ripeti la tua frase porta-fortuna: non sposta le domande, ma allinea la tua testa e ti ricorda che sei preparato. In mare, allineare la testa può valere più di qualunque previsione.

I vecchi capitani dicono che la preghiera in barca non è mai un atto isolato: viene subito dopo i controlli, mai al loro posto. È una regola di buon senso e di mestiere. Allo stesso modo, su tratte lunghe, qualcuno alterna invocazioni a San Cataldo con litanie molto semplici, fatte di tre parole e di respiro: il ritmo aiuta a tenere la rotta quando gli occhi, nella notte, faticano a distinguere le sagome.

Quando si prega: mare grosso, scirocco e partenze all’alba

Ci sono momenti in cui il silenzio di coperta si riempie di fede. Con lo scirocco, per esempio, il vento che in città senti sulle persiane e che in mare ti entra nelle ossa. O quando il maestrale increspa il Mar Grande come una lama che taglia in diagonale. Prima di passare dal Mar Piccolo al largo, in molti chinano la testa un secondo e affidano la partenza a San Cataldo: è il minuto in cui si verifica tutto e si chiede di poter tornare.

Nel cuore della città vecchia, la devozione ha un colore antico, che profuma di crescita lenta, com’è lenta l’arte di riparare le reti. Non è un caso: la nostra storia marittima fa parte del sottofondo culturale di Taranto sin dalla Magna Grecia, e certe abitudini, anche quando cambiano linguaggio, mantengono la stessa funzione. È come cambiare la barca, ma non il mestiere.

La sera, lungo il Molo Sant’Eligio, capita ancora di sentire i canti stesi sulla brezza, pochi versi cadenzati che servono a tenere il tempo mentre si tirano su le nasse. In mezzo a questi ritmi, riemergono parole dedicate al santo, quasi un controcanto. Se ti incuriosiscono le anticaglie vive della città, vale la pena approfondire le radici greche che ancora parlano nelle famiglie tarantine: capirai perché certi riti restano, anche quando le carte nautiche cambiano.

Feste, processioni e canzoni da barca

Il calendario ufficiale segna il 10 maggio come giorno di San Cataldo, ma il vero segreto è che, per chi va in mare, la festa dura dodici mesi. Detto ciò, la città ha i suoi picchi emotivi: tra luminarie, campane e, in alcune edizioni, l’uscita della statua sul mare, quando le imbarcazioni fanno da corteo e le sirene salutano dal largo. È un momento in cui la devozione privata si fa coralità, e capisci che la fede dei pescatori non è isolata: è una trama che tiene insieme le banchine e i balconi.

Le canzoni da barca, spesso improvvisate, hanno la funzione delle nenie: placano l’ansia, danno un ritmo alle manovre. Nei loro versi spuntano il nome del santo, una richiesta corta (“stanne cu’ nuje”), e un passaggio pratico (“famme truà ‘a via”). È artigianato vocale, come rammendare una rete: punto dopo punto, tieni insieme paura e mestiere.

Mi chiedono spesso se questa devozione resista tra i giovani. Sì, ma cambia pelle. Oggi molti ragazzi sorridono all’idea della formula segreta, poi li vedi fare lo stesso gesto del nonno: un tocco al legno, una croce in aria, un grazie sussurrato quando il GPS riconsegna la rotta. È come con le app: passano gli strumenti, resta la funzione.

Un patrimonio vivo per il viaggiatore curioso

Se arrivi a Taranto e vuoi avvicinarti con rispetto a questa tradizione, comincia alle prime luci sul Molo Sant’Eligio. Stai in disparte, lascia che siano gli occhi a fare tutte le domande. Parla con chi rammenda le reti: spesso hanno tempo e voglia di spiegare i perché. Non aspettarti grandi discorsi teologici: qui la fede è una cassetta degli attrezzi, e San Cataldo è il cacciavite che non si perde mai.

Puoi proseguire tra le vie dell’Isola, dove le edicole votive raccontano più di una guida. Cerca i segni: una barca dipinta su un muro, una medaglietta legata alla manetta dell’acceleratore. Sono briciole di pane che riportano sempre allo stesso tavolo: quello dove la città siede da secoli con il suo mare, per trattare ogni giorno una convivenza sincera.

Se capiti nel periodo della festa patronale, informati in anticipo sugli orari e sulle regole stabilite dalla Capitaneria di porto: assistere dalle banchine è emozionante, ma richiede attenzione e buon senso. È un evento di comunità, non uno spettacolo da consumare: vale la regola d’oro del viaggiatore che sa ascoltare più di quanto parli.

La verità è che il culto di San Cataldo in mare non ha bisogno di didascalie: lo capisci quando l’odore di gasolio si mescola al caffè in moka, quando il vento gira all’improvviso e qualcuno, senza farsi notare, affida un pensiero al santo. Sono preghiere lievi che il mare si porta dietro, come conchiglie sul fondo. Se le ascolti, dicono tutte la stessa cosa: portaci e riportaci, e insegnaci a non dimenticare chi siamo.

Leandro Nardini
Leandro Nardini

Leandro, nato in una famiglia di pescatori, ha lavorato per anni sulle barche del porto di Taranto. Oggi scrive di itinerari marittimi, piccoli villaggi di pescatori e delle tradizioni legate al mare, raccontando segreti e curiosità che solo un “insider” può conoscere.