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Leggende dei pescatori jonici: il rito scaramantico prima di salpare

Giada Novellidi Giada Novelli· 20/08/2026 14:52
Leggende dei pescatori jonici: il rito scaramantico prima di salpare

All’alba, quando il porto si fa silenzio e il sale punge le dita, i pescatori jonici si affidano a un rito che unisce fede, memoria e mestiere. È un momento sospeso, fatto di gesti misurati e parole risparmiate, che racconta secoli di mare tra Taranto e la costa brindisina. Questo reportage raccoglie domande ricorrenti dei viaggiatori curiosi e risposte pratiche per osservare il rito senza profanarlo.

Qual è il rito scaramantico dei pescatori jonici prima di salpare?

Il rito scaramantico dei pescatori jonici è una sequenza di piccoli gesti: un tocco all’amuletto, un pizzico di sale, un segno di croce rivolto al Mare Ionio. Si evitano parole “stonate”, si tiene in tasca un pezzo di pane e si scioglie il silenzio solo quando l’ormeggio lascia andare la barca. È un codice non scritto che cambia da banchina a banchina, ma ha lo stesso obiettivo: propiziare mare calmo e pesca generosa.

A Taranto qualcuno porta con sé una striscia di stoffa benedetta a San Cataldo, altri stringono un santino o un cornetto rosso. Sulla costa brindisina è comune che il capobarca faccia brillare il sale grosso nell’alba, lasciandone cadere pochi granelli sul ponte. Tra gli oggetti-talismano ricorrono nodi marinari annodati “a pari”, un pezzetto di rete ben lavata, una frisella secca da condividere solo al rientro.

Il rito si compie in silenzio operativo: ciascuno sa quando passare la cima, quando incrociare lo sguardo del capobarca, quando non parlare. L’istante chiave è prima dell’uscita dal molo, quando la prua allinea l’orizzonte: lì si concentra l’augurio, spesso sigillato con una rapida invocazione al santo patrono e un ultimo sguardo al cielo.

Perché i pescatori evitano alcune parole o gesti prima della partenza?

Le parole “tabù” prima della partenza sono viste come richiamo alla sfortuna o alla distrazione. Evitarle è una forma di protezione collettiva e un modo per tenere alta l’attenzione nelle fasi più delicate. Anche i gesti scaramantici funzionano come bussola mentale: spostano l’ansia dal caso alla cura.

In molte ciurme non si fischia, non si pronunciano nomi di animali associati a scaltrezza o fuga, e non si contano i pesci “che verranno”. Il capobarca può evitare di voltarsi quando l’imbarcazione lascia il posto barca, gesto interpretato come un “non tornare indietro”. Sono riti apotropaici, cioè atti simbolici che allontanano il male, ma anche routine preziose per creare concentrazione e sincronismo di squadra.

Questi codici nascono dalla vita di bordo, dove un errore ha conseguenze immediate. La scaramanzia diventa allora un linguaggio condiviso che regola i tempi, placa le paure e tramuta l’incertezza del mare in un compito: fare bene ciò che si sa. Per approfondire miti e pratiche raccontate da chi va in mare, vale la pena leggere le storie e riti narrati dai pescatori tarantini di ieri e di oggi, memoria viva di una città che si specchia nell’acqua.

Come si è trasformato il rito tra Taranto e la costa brindisina?

Il rito resiste, ma si adatta: convivono amuleti e app per la meteo, segni di croce e controlli ai GPS. La tecnologia ha ridotto il margine d’incertezza, ma non ha cancellato la necessità di un gesto simbolico prima di varcare il molo. Oggi i pescatori “mettono in sicurezza” sia la barca sia l’animo.

A Taranto, la vicinanza tra mar Grande e mar Piccolo ha creato un lessico rituale ibrido, fatto di richiami antichi e praticità contemporanee. Sulla costa brindisina, nei borghi con piccoli porticcioli, la ritualità resta familiare e riconoscibile, ma si apre allo sguardo dei visitatori. L’uscita è preceduta da controlli alle dotazioni, un rapido briefing e un cenno di buon vento: sono passaggi codificati anche dalle prassi della Capitaneria di porto, cui si affianca la consuetudine del sale, del pane e dell’icona in plancia.

La trasformazione più evidente è sociale: la comunità di mare dialoga di più con chi sta a terra. Nei rioni storici, molte usanze sono condivise durante feste di quartiere e processioni mariane: una bussola preziosa per capire il presente grazie a le usanze che resistono nei rioni popolari, dove portoni, corti e banchine conservano gesti antichi senza trasformarli in folklore di cartolina.

Posso assistere al rito: dove e con quali regole di rispetto?

Sì, ma da osservatori discreti: ci si posiziona sulle banchine senza intralciare manovre e si evita di parlare durante i momenti chiave. Non si fotografa con il flash, non si sale a bordo senza invito e si chiede sempre il permesso prima di riprendere persone riconoscibili. Il rispetto è la prima regola per non rompere il filo del rito.

A Taranto, i porticcioli della Città Vecchia e l’area del Molo Sant’Eligio offrono prospettive ideali all’alba. Sulla costa brindisina, piccoli approdi tra Torre Colimena e Savelletri permettono di assistere senza folla, soprattutto nei giorni feriali. Portate scarpe antiscivolo, copritevi dal vento del mattino e tenetevi a distanza da cime e verricelli: in banchina si lavora.

Un cenno con la testa, un “buon mare” sussurrato e un passo indietro quando parte la manovra: sono gesti semplici che dicono “ho capito”. Se poi l’equipaggio si presta al dialogo, fate domande a rientro, mai in partenza. Il rito non è uno spettacolo: è il prologo a una giornata dura, tra reti, corrente e imprevisti.

Che cosa significano amuleti, pane e sale nella cultura marinara?

Gli amuleti sono un patto di protezione, il pane è comunità e il sale è purificazione. Ogni oggetto ha un valore pratico e simbolico: sta in tasca, profuma le mani, scandisce un gesto. Insieme formano un linguaggio condiviso che tiene unita la ciurma.

Il cornetto o il santino non “garantiscono” la pesca, ma ricordano l’appartenenza a una storia familiare. Il pane, spesso una frisella o una mollica avvolta in panno, allude alla condivisione a fine giornata, quando il rischio è passato. Il sale, capace di conservare, è anche barriera immaginaria alle sventure: spargerne poco sul ponte è come dire “da qui non passi”.

Questi segni “parlano” perché il mare è un ambiente complesso. Il rito, più che superstizione, è una grammatica identitaria che mette in riga emozioni, tecnica e memoria, aiutando la barca a uscire dal porto con il passo giusto.

Quali curiosità veloci dovrei conoscere prima di assistere al rito?

  • A che ora succede? All’alba o poco prima, in base alle maree, alla stagione e ai turni di pesca.
  • Posso salutare? Sì, con un cenno o un “buon mare” a bassa voce, mai interrompendo le manovre.
  • Si può fotografare? Solo senza flash e chiedendo consenso se le persone sono in primo piano.
  • Quanto dura? Dai 5 ai 15 minuti, il tempo dell’uscita dal posto barca e della rotta iniziale.
  • Cosa non fare mai? Intralciare cime e attrezzature, porre domande in partenza, toccare gli amuleti.
  • Chi è il santo più invocato a Taranto? San Cataldo, patrono cittadino; altrove cambiano devozioni e nomi.
Giada Novelli
Giada Novelli

Dopo un’esperienza come organizzatrice di eventi culturali nel Salento, Giada si è dedicata a reportage sulle feste popolari e sulle architetture storiche meno note tra Taranto e Brindisi. Crea guide con consigli pratici per chi vuole immergersi nell’autenticità pugliese.