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Taranto: parla Mirko Maiorino in vista delle comunali

A Taranto Mirko Maiorino rilascia una intervista

capitaneria di porto taranto

TARANTOMaiorino inizia a parlare nel corso della sua intervista della coerenza politica che non viene quasi mai manifestata da tutti gli attori in campo. Lo fa attraverso una lunga intervista rilasciata a un giornale locale.

Mirko Maiorino parla di Taranto

«Innanzitutto, vorrei evidenziare un passaggio che secondo me è fondamentale, ossia quello sulla coerenza politica. Ogni scelta è valida e ciascuno sceglie per sé il proprio cammino. Ovviamente, c’è chi ha deciso di restare, come noi, sul percorso tracciato ormai da più di dieci anni e chi evidentemente ha deciso di cambiare idea. Che sia Melucci o sia Musillo, tutti quei valori che sono stati portati avanti dal mondo associazionistico nelle ultime due campagne elettorali vanno letteralmente a morire. Secondo me è politicamente morto quel sentimento ambientalista che aveva dato vita in città a tante manifestazioni, che tanto ha fatto nel cambiare radicalmente l’idea dei tarantini sull’Ilva. Candidarsi con i partiti che in questi ultimi anni a suon di decreti hanno fatto in modo che l’Ilva potesse continuare a produrre nonostante avesse gli impianti sotto sequestro lo considero un tradimento politico di quegli ideali. Noi siamo rimasti sulle posizioni di sempre: siamo per la chiusura. Non raccontiamo favole, dato che ha citato anche il candidato sindaco Abbate; lo slogan “Ilva chiusa senza se e senza ma” è uno slogan bellissimo ma che non trova riscontro nella realtà, perché per chiudere l’Ilva serve un cronoprogramma di spegnimento, serve un fermo progressivo degli impianti, per garantire che il fermo non vada a causare danni ai lavoratori e ai cittadini. Io da ex-dipendente Ilva posso dire che non c’è un pulsante che spegne lo stabilimento; serviranno delle ditte che arrivano dall’estero, che accompagnano i forni allo spegnimento. Contestualmente a questo servirà un tavolo di concertazione perché, anche se qualcuno inorridisce di fronte a questo termine, un tavolo di concertazione serve per garantire la tenuta sociale, sia per la città che per l’intero territorio interessato dalla vicenda Ilva».

Ecco cosa farebbe la sua coalizione in caso di elezione

«Un accordo di programma così come è stato fatto a Genova e Trieste; un accordo di programma che preveda la chiusura di uno stabilimento che è lì da sessant’anni e che continua ad inquinare; chiederemmo tutele e garanzie per i lavoratori, che significa bonifiche e decontaminazione dei luoghi, oltre che ovviamente lo smantellamento, utilizzando le stesse maestranze che all’interno dello stabilimento oggi producono acciaio. Chi è entrato in Ilva non è entrato da operatore siderurgico, lo è diventato con dei corsi, con l’esperienza. Quindi gli stessi operai possono essere riqualificati per smantellare gli impianti, bonificare e decontaminare. Ci viene spesso detto “con quali soldi?”. La risposta è più che semplice, considerando i miliardi di euro che arriveranno con il PNRR. Una parte di quei soldi dovrà essere utilizzata per risarcire la città di Taranto, che in questi sessant’anni è stata al servizio del sistema Paese. Ci hanno raccontato un sacco di volte che il PIL nazionale dipendeva da Taranto, l’acciaio prodotto a Taranto è servito per alimentare le fabbriche del nord, adesso è il momento che il sistema Paese restituisca alla città di Taranto una parte di quanto fatto in questi anni».

Taranto città normale è un obiettivo concreto

«L’Ilva è un tema importante ma non è l’unico tema che riguarda la città di Taranto. Andando più nello spicciolo di ciò che riguarda l’amministrazione della nostra città, abbiamo tutta una serie di servizi che oggi sono carenti. Perché “Taranto città normale”? Perché in questi ultimi quattro anni e mezzo, accompagnando Massimo [Battista] e Rita [Corvace] nei quartieri, abbiamo notato che ciò che manca alla città è proprio la normalità. La terza lista, “Periferie al centro”, prende il nome da una parte del programma che è proprio dedicata alle periferie. Ci sono periferie completamente scollegate, che non hanno i servizi basilari. Posso fare l’esempio di Paolo VI, di Tamburi, di Salinella, di Tramontone, di Talsano, dove quattro gocce d’acqua allagano le strade, dove l’illuminazione pubblica è spesso inesistente. Ci sono quartieri che non hanno ancora i servizi fognari. Quindi quando si va a parlare di grandi progetti, tanti grandi rendering che sono stati presentati dall’amministrazione Melucci in questi quattro anni e mezzo, si scontrano con quella che poi è la realtà che vive il cittadino. Il cittadino di Paolo VI vive una realtà ben diversa da quella raccontata sui social, vive una realtà in cui per andare con i servizi pubblici dal proprio quartiere a fare un qualsiasi servizio in centro città ci mette un’ora e mezza, neanche se dovesse andare fuori Regione. Allora “Taranto città normale” perché vogliamo restituire normalità, quindi servizi, a tutti i quartieri della città, partendo però proprio dalle periferie, che sono quelle che sono state le più penalizzate nel corso delle ultime due-tre amministrazioni. Sicuramente l’ultima è stata quella che meno ha tenuto in considerazione le nostre periferie, mi riferisco anche semplicemente alle strade e ai marciapiedi. Noi abbiamo constatato in questi quattro anni e mezzo che la semplice potatura di un albero diventava motivo per un comunicato stampa. Non è così, quella è normalità. Il cittadino paga le tasse e deve avere dei servizi, quei servizi devono essere garantiti e per quei servizi il cittadino non deve ringraziare nessuno. Mi riferisco anche alla raccolta differenziata, che è costata una barca di soldi ai cittadini di Taranto ma che non ha mai funzionato, tanto che in alcuni quartieri sono stati messi i cassonetti ingegnerizzati che sono stati pagati per cassonetti ingegnerizzati ma vengono utilizzati come i classici cassonetti di plastica. In altri quartieri, come al quartiere Tamburi e a Paolo VI, vengono usate le pattumelle, quindi abbiamo trasformato Paolo VI e Tamburi in un cimitero di pattumelle che stanno in mezzo alla strada, che al primo colpo di vento volano via, che rilasciano i rifiuti in giro per la strada. La sconfitta sul discorso della raccolta differenziata si evince dal fatto che poi la Tari, invece di diminuire, aumenta».

Le modifiche possibili al piano

«Innanzitutto, bisogna fare informazione. Non si può calare dall’alto l’ennesima decisione sui tarantini, sui cittadini dei quartieri, senza andare nei quartieri a spiegare i benefici dalla raccolta differenziata. Non si può chiedere al cittadino di pagare più tasse e non ricevere un servizio. Quindi, avere degli sgravi per chi fa la raccolta differenziata, avere un piano di raccolta differenziata che conosca i quartieri in cui si va ad attivare. Quindi, ad esempio, in città vecchia noi saremmo per un porta a porta spinto. Non c’è bisogno di mettere dei cassonetti ingegnerizzati a 1 km da dove vivono le persone, perché questo non invoglia il cittadino a fare la raccolta differenziata. Sul quartiere Tamburi, ad esempio, si potrebbero potenziare le isole ecologiche, oltre che inserire dei cassonetti semplicemente più grandi. Io ci vivo nel quartiere Tamburi, abbiamo una pattumella per la plastica e la carta dove al massimo entrano due buste e siamo dodici condomini, quindi va da sé che dopo le prime due buste le altre dieci buste andranno sul marciapiede e questo non può essere imputato al cittadino ma a mancanza di conoscenza del territorio da parte di chi questa raccolta differenziata l’ha pensata».

La questione delle BRT è molto chiara e precisa

«Il piano di mobilità urbano è un piano che va completamente rivisto. Vale più o meno lo stesso ragionamento di base che abbiamo fatto per la raccolta differenziata: serve conoscenza del territorio. Non servono annunci roboanti, serve un piano strategico che vada a rivedere a 360° tutta la mobilità urbana. Mi riferisco ad esempio ai parcheggi di interscambio, mi riferisco ad esempio al potenziamento delle piste ciclabili, che non devono essere fatte per fare un annuncio social, ma devono essere funzionali. Oggi a Taranto abbiamo delle piste ciclabili che sono inutilizzabili, alcune che vengono definite tali (tipo due strisce di vernice sul lungomare, che tra l’altro si sono anche cancellate) ma diventa una forzatura chiamarle piste ciclabili. Ma vado oltre, mi riferisco ad esempio al car sharing, al bike sharing. Deve essere un sistema integrato. Da dove partire? Innanzitutto, ad esempio, dai parcheggi. Noi abbiamo speso come comunità tarantina milioni di euro per i parcheggi di interscambio di Cimino e Belvedere. Quello di Cimino è pronto ma non è mai partito, quello di Belvedere è ancora presente su carta, perché i lavori sono fermi ormai da anni. Questi due parcheggi di interscambio potrebbero dare ossigeno alla città di Taranto. Allo stesso modo, dobbiamo avere un’amministrazione forte e che crede nel voler impegnarsi per la città, che deve aprire un tavolo di concertazione anche con la Marina Militare. Le aree inutilizzate dell’Arsenale devono essere messe al servizio della città come è stato fatto in occasione delle vaccinazioni per il Covid. Avere quei posti auto alleggerirebbe il traffico in centro e garantirebbe alla città di Taranto, e soprattutto al Borgo, che è quello che più soffre della carenza di parcheggi, tutta una serie di posti auto che permetterebbero un traffico più scorrevole, perché non dovremmo restare in auto per ore per cercare un posto disponibile. Questo succede anche non perché il tarantino non voglia prendere il pullman, succede perché il servizio di trasporto è antico, vecchio. Non è immaginabile che in una città in quasi 200.000 abitanti non esista un’app che ti segnali l’arrivo dell’autobus. Noi faremo questo, un’app che dica al cittadino cosa sta succedendo in questo momento in città. Hanno messo venti palette luminose che ti avvisano di quando arriva il pullman. Il problema non è sapere se arriva fra mezz’ora o fra due ore, il problema è sapere se arriva, perché il problema principale in città, sotto il punto di vista del trasporto urbano, è che molto spesso le corse saltano perché i mezzi sono vecchi, perché c’è poco personale. Quindi garantire a 360° la rivisitazione del piano di mobilità urbana, che possa arrivare fino alla creazione, ovviamente non da subito, di zone a traffico limitato che consentano anche un abbattimento degli inquinanti causati dalle autovetture. BRT va benissimo, il progetto ovviamente è un progetto già finanziato, se dovessimo vincere noi apriremo le carte, entreremo nelle direzioni. Molto spesso qualcuno pensa che sia il sindaco o l’assessore a fare i progetti, ma nella realtà ci sono le direzioni, ci sono i dirigenti del Comune che lavorano indipendentemente dal colore dell’amministrazione. A loro daremo la nostra vision politica del futuro della città e poi con loro riscriveremo questo piano di mobilità urbana».

La situazione della città vecchia

«A differenza di altri competitor politici che parlano della città vecchia come di un insieme di bed and breakfast o attività prettamente legate al turismo, noi diciamo semplicemente che la città vecchia deve tornare ad essere un quartiere vivo della città di Taranto, cosa che non è oggi. Abbiamo letto e sentito in passato questi progetti di case a 1 € che non hanno portato assolutissimamente a nulla. Serve un piano di interventi massivo che colpisca non a spot un palazzo sì e quattro no; serve un progetto chiaro, con partecipazione del privato, per recuperare tutti quegli stabili che oggi sono crollati, recuperare le dimore storiche e innanzitutto, compito del Comune sarà portare i servizi basilari in Città Vecchia. Qui si parla tanto di turismo, ma poi l’acqua, per dirne una, in Città Vecchia alle due non c’è più. Il servizio dalla fogna fa acqua da tutte le parti. Non c’è un punto di riferimento per una caserma dei vigili urbani. Hanno aperto quella dei Carabinieri ma non basta. La città vecchia è probabilmente la chiave di volta per il futuro della città. Un quartiere che possa essere al servizio del turista sì, ma che sia un quartiere. Bisogna riportare i tarantini a vivere in città vecchia, semplicemente utilizzando tutti gli strumenti che il Comune ha in dotazione. Va ricordato che gran parte di quelle case crollate sono di proprietà del Comune. Allora il Comune ha la possibilità di mettere a bando non un edificio su dieci, ma mettere a bando intere aree che possono diventare interessanti sotto il punto di vista economico per gli imprenditori privati e che possano veramente trasformare il futuro della Città Vecchia da un quartiere quasi disabitato, come è oggi, che vive solo grazie all’impegno dei privati. Questo va ricordato; molto spesso dicono che i tarantini non hanno capacità imprenditoriali. Tutto ciò che è stato fatto oggi in Città Vecchia, e mi riferisco a tutte quelle belle attività commerciali che sono magari su via Duomo, ma anche sulla marina, sono frutto del lavoro di privati cittadini. Lì non c’è non c’è nessun intervento del Comune, se ci sono quelle attività è merito di privati che hanno messo mano al portafoglio e hanno investito sulla Città Vecchia. Ora tocca al Comune farlo». Queste le sue parole

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