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Origine irlandese di San Cataldo: perché Taranto lo sente ancora suo

Leandro Nardinidi Leandro Nardini· 30/08/2026 16:44
Origine irlandese di San Cataldo: perché Taranto lo sente ancora suo

Quando ero ragazzo, a bordo dei pescherecci ormeggiati al Molo Sant’Eligio, sentivo ripetere sempre la stessa frase: “San Cataldo è venuto da lontano, ma il suo cuore si è fermato qui”. A forza di ascoltarla, ho capito che non era solo una bella immagine. Era un modo semplice per dire che una storia iniziata sulle coste d’Irlanda ha trovato casa tra i vicoli di Taranto, dentro un porto che da secoli accoglie genti, venti e destini.

Dall’Isola di Smeraldo al Mar Grande: un itinerario di fede e di mare

Le cronache parlano di un vescovo irlandese in viaggio verso la Terra Santa, spinto dalla curiosità e dalla fede, come tanti monaci-viaggiatori del primo Medioevo. Un guasto, forse una tempesta, forse solo la stanchezza del mare lungo: il punto è che approdò a Taranto e qui rimase. Funziona come quando, durante la battuta di pesca, cambi rotta per aggirare il maestrale e finisci per scoprire un fondale più ricco del previsto.

Per una città che vive sul confine tra due mari, il Mar Grande e il Mar Piccolo, l’arrivo di uno straniero non è mai stato un’anomalia. È la regola. Nel nostro porto passavano spezie, idee, santi e marinai. Se oggi parli con chi ha memoria di banchine e calate, ti dirà che l’incontro cambia sempre entrambe le sponde: chi arriva e chi accoglie.

La vicenda del santo si inserisce nella trama della nostra Diocesi, un’istituzione che nel Medioevo era insieme bussola e rete di sicurezza. Non servono manuali: pensa alla Migrazione come a una corrente marina che porta semi lontano, e di quei semi, a volte, nasce una foresta di simboli e usanze.

Un tarantino d’adozione: perché lo sentiamo “di famiglia”

Potresti chiederti: come fa un irlandese a diventare punto fermo per i tarantini? La risposta è tutta nella quotidianità. Questo santo ha parlato alla città con il vocabolario più semplice: il lavoro, le barche, il vento. Non che abbia ignorato la teologia, ma qui ha funzionato come quando un vecchio capobarca ti spiega la rotta guardando la scia: senza giri di parole.

Nel quartiere del Borgo e nell’Isola Madre, la sua figura è diventata un riferimento morale e pratico. Non una statua distante, ma un compagno di banchina. E le storie, tramandate nei vicoli stretti, hanno cucito assieme il racconto del vescovo venuto da nord con le fatiche delle famiglie del mare. Per chi vuole approfondire questo filo di memoria, vale la pena leggere i racconti tramandati nelle vie storiche, dove le sfumature della leggenda si intrecciano con la vita di tutti i giorni.

È così che un patrono entra in casa: non bussa forte, ma si siede al tavolo quando serve una parola di conforto o un segno di rotta. Lo abbiamo visto tante volte, nelle preghiere sussurrate prima di un’uscita all’alba o nei ceri accesi quando il mare si fa capriccioso.

Segni irlandesi nella devozione tarantina

Nell’iconografia locale trovi il pastorale del vescovo e a volte un richiamo ai nodi e alle croci che sanno d’Irlanda. Non servono grandi colpi di scena: basta un dettaglio sul mantello o un motivo geometrico in una cappella per riconoscere quell’eco del nord. È come sentire, nel vento di scirocco, una nota che non è nostra ma ormai ci appartiene.

La cattedrale dedicata al santo, nel cuore dell’Isola Madre, è un manuale vivente di questa fusione. Entrando, percepisci le stratificazioni: epoche diverse, mani diverse, la stessa intenzione. Chiedi al sagrestano di raccontarti il tesoro d’argento e le reliquie custodite, ascolterai nomi, date, soprannomi: un mosaico dove il pezzo irlandese non stona, anzi, tiene insieme il disegno.

Ci sono poi i canti e le invocazioni in dialetto, che hanno assorbito il nome “Cataldo” trasformandolo in carezza, supplica, grido nei momenti duri del lavoro sul mare. Non è folklore da cartolina: sono gesti che reggono la vita quando la barca balla.

La festa di maggio: processioni, luci e il respiro dei due mari

Ogni maggio, la città ritrova il suo respiro comune. Tra luminarie, suoni di banda e passi lenti, la statua attraversa strade che conoscono ogni nostro umore. La festa non è solo calendario: è un test di comunità. Funziona come una prova di mare dopo un fermo pesca, per capire se l’equipaggio è ancora affiatato.

La presenza lungo il waterfront, i fuochi che si specchiano sul Mar Grande, le benedizioni rivolte ai lavoratori e alle famiglie sono tasselli di un rito che si rinnova senza perdere la memoria dell’origine straniera. Taranto non nasconde quel dettaglio: lo esalta, perché nel dna della città c’è l’arte di trasformare ogni arrivo in una casa possibile.

E tra i racconti che accompagnano le celebrazioni, fanno capolino le storie di mare: sirene, correnti, segnali nel cielo. Non è un caso se la tradizione orale delle sirene tarantine continua a incantare grandi e piccoli: sono fili della stessa tela, dove fede e acqua salata si annodano senza strappi.

Taranto e l’arte dell’accoglienza: un ponte lungo secoli

Guardando il molo al tramonto, capisci che l’identità tarantina è un continuo dialogo con chi arriva. Il santo irlandese è diventato simbolo di questa predisposizione. Non è stato assorbito per cancellare le differenze, ma per metterle a frutto. Un po’ come quando mescoli due reti diverse: la prima trattiene il pesce grosso, la seconda le triglie minute. Insieme, porti a casa il pranzo.

Da allora, artigianato, toponimi, devozioni domestiche e persino certe ricette di bordo hanno preso il vizio di incorporare l’eccezione. È un realismo tutto nostro: sappiamo che il mare non fa sconti e insegna a valorizzare ciò che il vento porta, senza buttare via il passato.

Così l’origine irlandese non è “nota a piè pagina”, ma chiave per leggere la città: racconta un metodo, quello di Taranto, che ascolta lo straniero e lo mette al lavoro insieme a noi, ciascuno con la propria storia e le mani salate.

Itinerario per chi vuole seguire le orme del santo

Se vuoi sentire questo legame sulla pelle, inizia dalla cattedrale nell’Isola Madre: entra in silenzio, guarda le superfici consumate, cerca i dettagli che parlano di nord e sud. Poi affacciati alle ringhiere sul Mar Piccolo, dove le cozze crescono lente, e pensa a un vescovo irlandese che, molti secoli fa, trovò qui un ritmo che gli somigliava.

Prosegui verso il Borgo, lasciandoti guidare dall’odore dell’olio di rete e del pane caldo. Ogni edicola votiva può raccontarti un pezzo di storia: nomi di famiglia, date segnate con chiodi, ceri rinnovati a promessa compiuta. Parla con i pescatori al rientro: nessuno meglio di loro sa disegnare la rotta tra memoria, lavoro e fede.

Chiudi la passeggiata al tramonto, quando il sole cala dietro le gru e l’acqua si fa bronzo. È l’ora in cui Taranto torna sé stessa: concreta, testarda, capace di tenere insieme devozione e pragmatismo. In quell’istante capisci perché un santo venuto dall’Irlanda, da secoli, è onorato come uno di casa: perché qui, tra due mari, “casa” è sempre stata il luogo in cui il vento ti porta e la comunità ti tiene.

Leandro Nardini
Leandro Nardini

Leandro, nato in una famiglia di pescatori, ha lavorato per anni sulle barche del porto di Taranto. Oggi scrive di itinerari marittimi, piccoli villaggi di pescatori e delle tradizioni legate al mare, raccontando segreti e curiosità che solo un “insider” può conoscere.