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Pasticcerie storiche di Taranto: dolci tipici e specialità che raccontano la città

Silvia Persianidi Silvia Persiani· 02/08/2026 17:05
Pasticcerie storiche di Taranto: dolci tipici e specialità che raccontano la città

Quando le prime luci del mattino si posano sul Mar Piccolo e una brezza salmastra attraversa il Lungomare Vittorio Emanuele III, Taranto si sveglia con un profumo che non ha bisogno di presentazioni: mandorle tostate, zucchero al punto giusto, scorza di agrumi. È quel sentore discreto ma tenace che mi ha riportato qui, lungo un itinerario lento iniziato anni fa sulla costa jonica, quando ho capito che per ascoltare davvero una città bisogna passare dalla sua pasticceria.

Entro in una bottega del Borgo Umbertino prima che la città acceleri. Il banco di marmo è freddo sotto i vassoi tiepidi, le campane di vetro riflettono il cielo del mattino, e sul fondo, tra pentole di rame lucidate a specchio e sacche da pasticciere allineate come strumenti di un’orchestra, qualcuno sorride con la compostezza di chi ha trasformato la routine in rito. A Taranto, le pasticcerie storiche non sono semplice golosità: sono taccuini di famiglia scritti con zucchero e pazienza.

Mentre la serranda scorre a metà e mi siedo su uno sgabello, ritrovo quell’eco di cammini compiuti da sola, a passo moderato, lasciando che fossero i luoghi a raccontarsi. Oggi tocca alle specialità dolci della città: ricette che nascono in casa, si perfezionano in laboratorio e poi tornano al quartiere come un invito a condividere memorie e stagione.

Il respiro della tradizione tra Borgo e Città Vecchia

Le vetrine delle pasticcerie storiche, lungo via d’Aquino e nelle traverse del Borgo, brillano come pagine illustrate. Ci sono diplomi ingialliti di fiere di paese, fotografie in cui generazioni di maestri si stringono la mano, e la scrivania con il registratore di cassa che sembra venire da un negozio di modernariato. Ogni angolo parla di passaggi di testimone, di ricettari macchiati d’anice e di inverni scanditi da impasti lasciati riposare durante la notte.

Attraverso il Ponte Girevole, nella Città Vecchia, i laboratori profumano di forno e agrumi. Dietro portoni bassi, le cucine raccontano di feste patronali e di domeniche, di cotture che un tempo si affidavano al calore di un Forno a legna e che oggi trovano l’equilibrio tra precisione e ricordo. È in queste stanze che le ricette tarantine hanno imparato a reggere il tempo, oscillando tra la casa e la bottega.

La loro forza è la semplicità ben dosata: farina, olio, vino cotto, miele e mandorle. È il vocabolario essenziale della dieta mediterranea, quella stessa che l’UNESCO ha riconosciuto come patrimonio immateriale. In Puglia la si declina con una concretezza solare, facendo della stagionalità un argomento e dell’attesa una virtù.

Osservo le mani che lavorano e penso che la storia della pasticceria qui non è fatta di lampi, ma di cure minute. La glasatura che si asciuga senza fretta, il taglio obliquo di un biscotto, la scorza di limone grattugiata in punto giusto: dettagli che ti convincono, più delle parole, a rallentare.

Dolci tipici che sanno di casa e di mare

Le cartellate, o carteddate come le chiamano da queste parti, sono un inno alla pazienza. Nascono da un nastro di pasta che si arriccia tra le dita, fiore dopo fiore, per poi tuffarsi nell’olio e nel profumo del vin cotto d’uva, lucido come ambra. Alcuni le preferiscono al miele, che cattura la luce e lascia in bocca una dolcezza pulita. La loro croccantezza è una firma, un piccolo applauso alla manualità.

La scarcella, pane dolce della Pasqua, è una carezza. Morbida, intrecciata o a forma di colomba, decorata con confetti e glassa, spesso abbraccia un uovo sodo: promessa di rinascita, ricetta che scalda il forno e la tavola. È un dolce che si regala, e nel dono c’è il vero sapore della città: un gesto prima ancora di una fetta.

Poi arrivano i mustazzoli, fitti di cacao e profumi di spezie, con quel tocco di vin cotto che arrotonda i bordi e invita al sorso di caffè. La glassa scura che li ricopre è specchio e profondità, e al morso si alternano tenerezza e carattere. Sono biscotti da inzuppare nel racconto di chi li conosce fin da bambino, nel dopopranzo della domenica.

Le mandorle atterrate, frantumate in miele o caramello e poi lasciate raffreddare in piccoli mucchi irregolari, hanno la rusticità dei dolci nati nei cortili. La cupeta, sottile lastra di zucchero e frutta secca, ha invece un fascino da fiera di paese, croccante come i passi in pietra del centro storico. A Natale, le pettole fanno festa: palline di pasta fritte che, quand’è tempo di dolce, si rotolano nello zucchero o si lasciano avvolgere dal miele. E quando arriva marzo, la città profuma di zeppole di San Giuseppe: spirali di pasta, fritte o al forno, che reggono crema pasticcera e amarene con un’aria da cerimonia lieve.

Il pasticciotto, figlio amatissimo del Salento, ha trovato casa anche qui. Al mattino esce dal forno con la pasta calda al tatto e un cuore di crema che invita a morsi corti e decisi. Talvolta profuma di limone o di vaniglia, a volte si veste di amarena: è la colazione che fa dialogare Taranto con i paesi vicini, magari accompagnata da un caffè con ghiaccio e latte di mandorla nei mesi estivi.

Volti, stanze e piccoli riti delle pasticcerie storiche

In una storica bottega di via Di Palma, le pareti sono una costellazione di attestati e fotografie. Dal laboratorio arriva un profumo caramellato, il suono sottile dello zucchero che prende temperatura. Un maestro pasticciere mi mostra la tostatura delle mandorle come fosse un passaggio segreto: ascoltare lo scoppiettio, guardare il colore, fidarsi del naso prima del timer. Qui non si corre, si soppesa.

Nella Città Vecchia, poco lontano dalle scale di San Domenico Maggiore, una signora lavora la scarcella su un piano di legno antico, segnato dai colpi di coltello di epoche diverse. Le sue parole sono misurate: pazienza, riposo, occhio. Dalla finestra entra una lama di luce che si posa sulle strisce di impasto: sembra quasi una benedizione laica, quella che i mestieri sanno dare a chi li guarda senza fretta.

In un caffè del Borgo, le zeppole compaiono in fila nelle settimane di marzo. Studenti e nonni si danno il cambio in coda, e il ritmo è quello della città nei giorni di festa: nessuno vuole perderne il passaggio. Mentre la crema fa capolino tra gli anelli di pasta, capisco che il magnete non è solo lo zucchero, ma l’appuntamento condiviso.

Molte di queste pasticcerie hanno scelto una modernità sobria: farine più leggere, frutta fresca di stagione, attenzione alle intolleranze, senza tradire sostanza e ricordi. E quando capita di tornare indietro a cercare le ragioni di un sapore, ci si accorge che sono conservate nella gentilezza di chi spiega la ricetta e nella carta assorbente che scricchiola appena, avvolgendo i dolci come si fa con una lettera importante.

Come scoprirle a passo lento

Il modo migliore per avvicinarsi a queste botteghe è lasciare che sia la città a dettare il ritmo. Partite presto dal Lungomare, guardate il mare e poi infilatevi nella prima pasticceria che sentite chiamarvi. Un pasticciotto tiepido, un caffè e il piacere di sedersi un istante. Poi, con le mani ancora profumate di zucchero, attraversate il Ponte Girevole verso il Castello Aragonese: la storia non fa fretta a nessuno, e ancor meno a chi ha il palato in ascolto.

Nel pomeriggio, quando la luce si fa dorata e l’aria di mare ripulisce i pensieri, è l’ora giusta per rientrare in Borgo o tornare in Città Vecchia. Le cartellate richiedono tempo anche al degustatore: mordere piano, dare spazio al vin cotto di raccontare. Se la giornata è calda, prendetevi un gelato alle mandorle o un dolce agrumato, e cercate un muretto da cui guardare le barche che riposano.

Il calendario è un ottimo alleato: la Settimana Santa avvolge Taranto in un silenzio carico, che rende ogni dolce un rifugio; a dicembre le pettole annunciano le feste come un campanello; a maggio, tra luminarie e processioni, le feste patronali rinnovano la voglia di cupeta e mandorle caramellate. Seguire le stagioni qui significa anche inseguire un menu segreto.

Quando chiedete di ingredienti e provenienze, scoprirete che molte materie prime locali sono scelte con cura, in un paesaggio che va dai mandorleti dell’entroterra agli agrumi che arrivano con profumi gentili. Alcuni prodotti del territorio si muovono nel solco di tutele e riconoscimenti come la Denominazione di origine protetta: non è tanto un bollino da esibire, quanto un promemoria di responsabilità, un invito a valorizzare ciò che cresce qui.

Ritorno sul Lungomare con un pacchetto di carta che fruscia nella borsa. Il nastro è stretto bene, la strada sa di sale, e ogni tanto una granella di zucchero cade come una briciola di memoria. Penso alla bottega che mi ha accolto all’alba e alla promessa, mantenuta, di una città che si fa leggere attraverso le sue dolcezze. È un racconto che si chiude dove è cominciato, davanti al mare, con il gusto semplice e felice di quel primo morso.

Silvia Persiani
Silvia Persiani

Silvia ha riscoperto le bellezze della Puglia durante un viaggio in solitaria lungo la costa jonica. Da quel momento racconta itinerari dedicati a chi desidera vivere la regione in modo slow, tra percorsi di trekking, tramonti sul mare e botteghe artigiane.