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Processione di San Cataldo a Taranto: i gesti rituali che i turisti non notano mai

Leandro Nardinidi Leandro Nardini· 27/08/2026 12:14
Processione di San Cataldo a Taranto: i gesti rituali che i turisti non notano mai

Taranto cambia voce quando San Cataldo scende in strada e in mare. Te ne accorgi dall’odore di salsedine che arriva fino ai vicoli del Borgo, dai passi lenti dei portatori, dal mormorio che diventa silenzio al passaggio della statua. È una coreografia antica, fatta di cenni minimi e di consuetudini che chi viene da fuori spesso scambia per casualità. In realtà, ogni gesto ha un perché, come su una barca quando un nodo a vista sembra semplice, ma tiene tutto insieme.

La coreografia invisibile dei portatori

Non è solo “andare avanti”. Il movimento della vara non procede a caso: i portatori regolano il passo con un ritmo che alterna peso e respiro. Tre passi corti e uno più lungo, spesso impercettibile, servono a far ondeggiare la statua senza scossoni. Funziona come quando tieni il timone durante una risacca: piccoli aggiustamenti evitano la sbandata.

Occhi puntati sulle mani. Prima di ripartire, capita di vedere le nocche sfiorare il legno della base: è un saluto antico, un patto di fiducia con il peso condiviso. Altri stringono per un secondo la traversa interna con l’indice disteso, come a “segnare” l’asse giusto: non è superstizione, è memoria dei maestri di vara. Se vedi un portatore alzare appena il gomito, sta dicendo al compagno: “aspetta, sto prendendo il ritmo”. È il linguaggio muto che tiene unito il gruppo.

A coordinare, c’è quasi sempre una guida discreta. Parla poco, a volte solo con lo sguardo. È la bussola umana che anticipa buche, asfalti irregolari, curve strette. Non aspettarti ordini a voce alta: il comando viaggia sul respiro condiviso. Questa disciplina, nella tradizione locale, ricalca lo spirito della Arcidiocesi di Taranto, che negli anni ha custodito regole non scritte al pari di quelle ufficiali.

I segnali del mare: sirene, cerchi d’acqua e fiori

La parte “a mare” è il cuore che batte con cadenza salata. Le barche dei pescatori non suonano a caso: la sirena lunga e piena apre il passaggio, due colpi più brevi salutano la statua quando si allinea alla prua. Se noti un cerchio lento compiuto da un motopesca davanti alla processione, è un inchino nautico. Vale più di mille parole.

Guarda i parabordi: non di rado sono avvolti da un fazzoletto bianco. È il modo dei marinai di “vestire a festa” la barca e chiederne protezione per la stagione della pesca. Alcuni lasciano scendere una gassa d’amante lungo il cavo di ormeggio, simbolo di buon auspicio. Sono dettagli quasi invisibili al turista distratto, ma parlano il linguaggio del porto. La presenza della Marina Militare lungo il percorso d’acqua, con i suoi protocolli e il rispetto dei tempi, ricorda che la città e il mare hanno sempre camminato insieme, come due remi sulla stessa barca.

E poi ci sono i fiori. Non sono lanciati dove capita: spesso cadono vicino ai punti in cui la corrente riporta a galla storie e ricordi, come all’imboccatura del canale o sotto il ponte. È un gesto per chi non c’è più, per i compagni di mare che il vento ha tenuto con sé.

Il linguaggio delle mani lungo i vicoli del Borgo

Se segui il percorso a piedi, osserva le finestre. Nei quartieri più antichi, le tende si scostano appena e una mano fa il segno della croce tre volte, molto rapide: è il ritmo dei vecchi, un “batti e ribatti” che scaccia la sfortuna e chiama protezione. Le donne più anziane, appoggiate allo stipite, stringono un rosario e lo sollevano quel tanto che basta quando la statua passa. Nessuno te lo spiega, ma è un invito a non spezzare il filo tra casa e strada.

Tra un vicolo e l’altro potresti sentire nomi che non trovi nelle guide. C’è un archivio minuscolo che vive nella memoria del Borgo, fatto di soprannomi e storie dette a bassa voce. Se ti incuriosisce quel filo, vale la pena leggere le storie orali su San Cataldo raccolte tra le vie storiche, dove i dettagli sfuggiti ai libri trovano casa.

Capita anche di vedere un uomo togliersi il cappello con una lentezza quasi teatrale. Non è posa: il gesto deve “coprire” l’intero passaggio della statua, dal primo all’ultimo portatore. È il modo per dire: rispetto a chi regge e a chi protegge. Se porti un cappellino, fai lo stesso: sentirai addosso quella calma che solo i riti riescono a dare.

Quando il ponte tace: i minuti sospesi

Il rumorino di fondo della città cala come quando il mare smette di incresparsi all’improvviso. Al passaggio sotto il ponte, si crea un silenzio speciale: qualche volta è rotto solo dallo sbattere della bandiera contro l’asta. I portatori rallentano di un filo, come se il tempo si allargasse. È il punto in cui il respiro collettivo si fa uno. Non è facile da cogliere se guardi solo con gli occhi: prova a contare il tempo tra un passo e l’altro, noterai che si allunga di un battito.

Subito dopo, occhi ai balconi: il drappo rosso che scende non è solo decorazione. In molte famiglie, quello stesso tessuto riappare ogni anno, piegato nello stesso cassetto. Metterlo fuori è un atto di continuità, come lucidare il legno della barca prima della partenza: una promessa di ritorno.

I segnali interni alla confraternita

Dietro il passo e i canti, esiste un codice di sguardi che i turisti raramente notano. Il priore o il caposervizio tiene spesso una mano sulla spalla del portatore più vicino: è un “ci sono” detto senza parole. Quando la vara deve girare, basta un accenno con il mento. Niente urla, niente gesti eclatanti, perché nella tradizione della Confraternita l’ordine passa dal corpo prima che dalla voce.

Osserva il fazzoletto al collo di alcuni volontari: se lo vedi stretto in un nodo particolare, con l’estremità che guarda verso l’interno, è il segno che sta per cominciare un tratto faticoso. Funziona come quando legavi la cima in banchina prima del garbino: piccolo indizio, grande effetto.

E i più giovani? Li riconosci dallo sguardo teso e dagli stivali ben allacciati. Prima di prendere posto, spesso allungano il palmo sotto la trave, come a sentire il peso in anticipo. È un patto con se stessi: “sono pronto”.

Tra leggende e voci basse

Ogni città custodisce personaggi che vivono a metà tra verità e racconto. Durante la processione, può capitare di sentir citare vecchi “guardiani del porto”, cantori notturni, facce conosciute che hanno inciso un pezzetto di memoria comune. Per orientarti tra queste figure, c’è un viaggio utile dentro gli aneddoti sui personaggi dei vicoli tarantini, che spiegano perché certi cognomi e soprannomi pesano come ancore leggere.

Ascoltare queste voci aggiunge uno strato alla processione. Capisci, per esempio, perché qualcuno si sposta di lato in un punto preciso del percorso: “lì passava sempre lui con la candela”, dicono. La città scrive appunti invisibili sugli angoli, e il rito li rilegge ogni anno.

Come osservare senza disturbare

Se vuoi cogliere questi dettagli, prenditi spazio e tempo. Stai qualche passo indietro rispetto alla linea dei portatori, non occupare le curve, lascia le vie di fuga libere. Occhi alle mani, orecchio al respiro del gruppo. Scatta meno, guarda di più: certe cose entrano solo se smetti di prenderle.

Vestiti comodo, scarpe chiuse e, se sei in barca, niente manovre improvvise. Segui il ritmo della processione, non imporre il tuo. Pensa al rito come a un mare che ha la sua marea: se lo assecondi, restituisce. E quando tutto finisce, non correre via. Restano sempre, per qualche minuto, i fili sciolti del silenzio. È lì che capisci quanto pesa, e quanto alleggerisce, un gesto fatto bene.

Leandro Nardini
Leandro Nardini

Leandro, nato in una famiglia di pescatori, ha lavorato per anni sulle barche del porto di Taranto. Oggi scrive di itinerari marittimi, piccoli villaggi di pescatori e delle tradizioni legate al mare, raccontando segreti e curiosità che solo un “insider” può conoscere.