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Storie di figli di pescatori a Taranto: la scelta tra mare e terraferma

Giada Novellidi Giada Novelli· 02/09/2026 20:46
Storie di figli di pescatori a Taranto: la scelta tra mare e terraferma

Figli del vento e della salsedine, oppure studenti con zaino in spalla verso nuove professioni: a Taranto le scelte dei ragazzi cresciuti in famiglie di pescatori raccontano una città in bilico tra approdi antichi e orizzonti moderni. Negli ultimi anni ho incontrato giovani che all’alba salpano all’ombra di San Cataldo e altri che preferiscono il ritmo regolare dei turni a terra. Sullo sfondo, la città dei due mari accompagna ogni decisione con la stessa domanda di sempre: restare legati al ponte di barca o camminare sulla banchina?

Com’è oggi crescere con un padre pescatore a Taranto?

Crescere in una famiglia di pescatori significa imparare presto il linguaggio delle maree e il valore di una sveglia prima dell’alba. I figli assorbono nozioni pratiche, sicurezza a bordo e rispetto per le stagioni del pesce, ma anche l’imprevedibilità dei guadagni. A Taranto, la doppia identità tra Mar Piccolo e Mar Grande segna i ritmi delle case e delle scuole.

La routine non è uniforme: c’è chi rientra alle 9 con le reti da ripulire e chi passa il pomeriggio ad aggiustare le nasse per i polpi. La scuola resta un’àncora importante, e molte famiglie incoraggiano un diploma tecnico per avere una seconda via. Al porto si respira un alfabeto di gesti: il nodo a gassa d’amante insegnato al figlio tredicenne, la prima volta sul timone seguita da vicino, il mercato all’aperto dove si impara a riconoscere una triglia “viva” dall’occhio lucido.

Nelle conversazioni di banchina, si intrecciano orgoglio e prudenza. Per alcuni ragazzi, la barca è casa; per altri, è memoria da custodire senza farne mestiere. In questa scelta pesa molto il racconto familiare, fatto di tempeste improvvise ma anche di sere di festa, come quando la flotta si ferma per San Cataldo e la città intera torna ad ascoltare le sue sirene interiori. Chi vuole approfondire il lato umano di questi racconti trova un mosaico di memorie di banchina, riti e soprannomi dei marinai che aiuta a leggere il presente senza perdere la rotta.

Perché molti ragazzi scelgono lavori a terra invece del peschereccio?

La risposta è nella stabilità e nella sicurezza: uno stipendio fisso, orari prevedibili e minori rischi fisici attraggono chi cerca una vita più programmabile. Le regole del mare e la variabilità del pescato non sempre coincidono con gli obiettivi di studio o con la voglia di viaggiare. Anche le nuove opportunità del porto e dei servizi spingono verso la terraferma.

Nei colloqui raccolti lungo la banchina della Marina, emergono scelte pragmatiche: logistica, cantieristica, meccanica, ristorazione di qualità, guide con licenza per il turismo costiero, oltre a informatica e comunicazione legate ai progetti di valorizzazione del waterfront. Incide molto anche il calendario del Fermo biologico, che tutela gli stock ittici ma “buca” i redditi familiari per alcune settimane, facendo comprendere ai più giovani quanto sia delicato l’equilibrio economico.

La scuola professionale e gli ITS offrono corsi su gestione della catena del freddo, sicurezza alimentare e manutenzione di motori marini: competenze spendibili in banchina e in azienda. Alcuni ragazzi scelgono di restare vicini al mare senza andarci ogni notte, magari diventando sommozzatori, elettricisti navali o tecnici di acquacoltura per le cozze tarantine, patrimonio che richiede scienza oltre alla tradizione.

Quali tradizioni del mare tarantino resistono nelle nuove generazioni?

Molte usanze continuano, adattandosi al presente: la voga in Mar Piccolo, l’apertura dei mitili con il coltello “a lama corta”, la manutenzione paziente delle reti e la cernita del pescato per le osterie. Le feste sul molo, i ricordi legati alle lampare e i soprannomi di famiglia restano un ponte narrativo tra nonni e nipoti. Perfino il dialetto marinaro trova nuova vita nei social, dove i giovani raccontano giornate di pesca come mini-diari.

Resistono i gesti “a mano” che distinguono la qualità: riconoscere il polpo “verace”, infilare l’amo del palangaro, cucire una maglia strappata con passaggi invisibili. E resistono le micro-rotte di famiglia: quel canale di Mar Piccolo dove “passa la seppia”, l’angolo sotto la murata dove si ferma il muggine. La trasmissione non è più solo orale: piccoli video didattici, foto d’archivio scansionate e incontri nelle scuole diventano archivi vivi della marineria tarantina.

Chi, come me, ama le vite artigiane che dialogano con il mare, può partire da indirizzi utili per scoprire botteghe storiche e famiglie artigiane dove riconoscere gli attrezzi originali, dal sugherello per galleggianti alle “nasse a campana”. È un modo concreto per sostenere il saper fare, ascoltare storie vere e capire come la città dei pescatori dialoghi con corniciai, fabbri, sarti e maestri d’ascia.

Dove possono formarsi i figli di pescatori che vogliono restare legati al mare?

Le strade sono diverse: istituti nautici, corsi professionali su motori e sicurezza, tirocini in acquacoltura e certificazioni per il trasporto passeggeri in barca. Chi punta alla gestione può studiare economia del mare o marketing territoriale, pensando a prodotti turistici legati alla pesca responsabile. Anche la collaborazione con la Capitaneria di porto (per patenti e sicurezza) è una tappa importante.

Consiglio di guardare alle opportunità degli ITS per la mobilità sostenibile e per le filiere agroalimentari: qui si incontrano tecnologie per la tracciabilità del pescato, packaging ecologico e gestione di mercati a km zero. Chi preferisce l’aria aperta trova nei cantieri una scuola formidabile: imparare a calafatare il legno, a leggere una carena, a sostituire una girante. E per chi torna in barca, restano essenziali corsi di primo soccorso, antincendio e radio, oltre a un inglese pratico per dialogare con diportisti e crociere.

Qual è l’impatto del turismo sulle famiglie dei pescatori?

Il turismo apre porte nuove: pescaturismo, degustazioni in banchina, uscite al tramonto per raccontare il lavoro vero. Ma serve equilibrio, per non trasformare le tradizioni in spettacolo e non intralciare la produttività. Le famiglie che funzionano meglio stabiliscono regole chiare tra turni di pesca e giornate “narrative”.

Gli ospiti cercano autenticità: vedere le cassette ordinare, capire come si pulisce una rete, riconoscere una cozza ben cresciuta. Per i ragazzi, guidare piccole esperienze è un modo per restare nel solco familiare e allenare competenze di accoglienza e racconto. L’attenzione all’ambiente è centrale: si spiegano i fondali delicati del primo seno, le correnti, i limiti da rispettare. Così il visitatore va via con un ricordo vero e la marineria guadagna alleati, non solo clienti.

Quali sono le risposte rapide alle domande frequenti?

  • Si può visitare il mercato del pesce la mattina? Sì, le ore migliori sono tra le 7 e le 9, quando il pescato è appena rientrato.
  • Il pescaturismo è adatto ai bambini? Sì, ma solo con operatori autorizzati, giubbotti e uscite corte in condizioni meteo stabili.
  • Quando è più facile vedere i mitilicoltori al lavoro? Dal tardo inverno alla primavera, nei giorni feriali, lungo i canali del primo seno.
  • Quali souvenir autentici portare a casa? Un coltello da mitili artigianale, una cima in canapa tarantina o una stampa d’epoca della città dei due mari.
  • Come comportarsi in banchina? Camminare ai lati, non intralciare le cassette, chiedere sempre prima di fotografare persone e lavoro.
Giada Novelli
Giada Novelli

Dopo un’esperienza come organizzatrice di eventi culturali nel Salento, Giada si è dedicata a reportage sulle feste popolari e sulle architetture storiche meno note tra Taranto e Brindisi. Crea guide con consigli pratici per chi vuole immergersi nell’autenticità pugliese.