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Storie di resistenza durante il periodo fascista a Taranto: episodi poco conosciuti ma fondamentali

Marzia Allegridi Marzia Allegri· 10/08/2026 20:49
Storie di resistenza durante il periodo fascista a Taranto: episodi poco conosciuti ma fondamentali

Nel tessuto urbano di Taranto, città-porto dalla stratificazione complessa, la resistenza al regime fascista prese forme minute, spesso invisibili all’osservatore frettoloso. Non si trattò solo di gesti eclatanti, ma di azioni discrete, coordinate con rigore artigianale, entro spazi ristretti: banchine, officine dell’Arsenale, canoniche silenziose e aule scolastiche. Ricostruire questi episodi consente di leggere la città con una mappa diversa, fatta di relazioni, rischi calcolati e una forte cultura del dovere civile.

Quadro storico e metodo delle fonti

Taranto, sede della principale base navale del Mezzogiorno, fu un nodo di controllo politico e militare. La presenza della polizia politica, l’azione capillare dell’Organizzazione di Vigilanza e Repressione dell’Antifascismo OVRA e la cornice normativa del Testo Unico di Pubblica Sicurezza Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza incardinarono un sistema in cui anche il dissenso minimo poteva diventare reato. A ciò si aggiungevano le disposizioni del cosiddetto “Codice Rocco” (1930), che tipizzava con severità i reati d’opinione e di associazione sovversiva.

Le tracce della resistenza tarantina si leggono oggi incrociando fonti locali: registri disciplinari dell’Arsenale Militare Marittimo, carte dell’Archivio di Stato di Taranto, memorialistica di docenti e studenti, e raccolte orali curate da associazioni civiche e da nuclei provinciali dell’ANPI. È un metodo indiziario: ricomporre episodi frammentari, verificarne la congruenza cronologica, confrontare lessici e firme. L’obiettivo è fornire un quadro tecnico, ancorato a riscontri, senza dilatazioni narrative.

Reti minute nel porto e nell’Arsenale

Nei reparti meccanici e nei magazzini dell’Arsenale si praticò quello che gli storici del lavoro definiscono “sabotaggio lento”: rallentamenti difficilmente tracciabili, micro-imperfezioni reversibili, slittamenti sui tempi di consegna. La ratio era duplice: ridurre senza clamore l’efficienza bellica e proteggere i lavoratori dalla prova penale diretta. In officina, una tolleranza non calibrata, una bussola mal registrata o una guarnizione montata con esigui margini fuori specifica potevano generare ritardi cumulativi, senza compromettere la sicurezza degli addetti.

Il porto commerciale offriva altri canali. Addetti alle gru e impiegati alle bollette di carico sfruttarono la circolazione dei documenti per trasferire notizie, numeri di matricola, avvisi di perquisizioni imminenti. Le “linee corte” – piccoli gruppi di 3-5 persone senza contatti verticali – costituirono un dispositivo di sicurezza elementare ma efficace. I rischi erano concreti: i controlli incrociati su timbri e registri, i turni variabili e l’uso della censura postale rendevano fragile ogni forzatura procedurale.

Le fonti indicano anche la presenza di relazioni tra marinai di leva e manovali civili. Le ronde interne, pur rigide, non isolavano del tutto i reparti. Notizie sull’andamento dei convogli e sui danni da incursioni aeree filtravano oltre le maglie della consegna del silenzio. La scelta tecnica di non concentrare i messaggi in un singolo vettore – alternando biglietti, passaparola a voce bassa e segni convenzionali sulle casse – riduceva la vulnerabilità di ciascuno.

Scuola, oratori e stampa clandestina

Nelle scuole superiori cittadine, in particolare attorno ai licei del Borgo, si svilupparono pratiche di lettura condivisa di testi non conformi. Per lettura condivisa si intendeva la circolazione controllata di capitoli selezionati, copiati a mano o battuti a macchina, accompagnati da note esplicative. Gli autori erano prevalentemente liberal-democratici e socialisti, con attenzione alle tecniche di argomentazione critica. La funzione educativa era duplice: offrire strumenti concettuali e testare, in modo misurato, la tenuta del gruppo sotto pressione.

La stampa clandestina adottò il ciclostile, macchina da ufficio a stencil che consente tirature rapide su carta leggera. Il protocollo operativo locale, ricavabile da verbali e testimonianze orali, prevedeva: stesura del testo con frasi brevi e assenza di nomi, duplicazione serale in locali aerati (per disperdere odori di inchiostro), fascicolazione in pacchi da 25, distribuzione in orari a bassa densità pedonale. La scelta della carta velina facilitava occultamento e dispersione. Un tratto tecnico ricorrente fu l’uso di lessici neutri – economia domestica, orari di mercato – come copertura semantica per messaggi in codice.

Gli oratori parrocchiali, laddove presenti spazi di aggregazione giovanile, offrirono ripari intermittenti a riunioni brevi. È importante precisare che non esistette un disegno unitario: più spesso furono iniziative autonome, legate a singole figure laiche o religiose con competenze pedagogiche, capaci di gestire tempi, accessi e rientri senza produrre tracce documentali compromettenti.

Assistenze silenziose nella provincia jonica

Tra il 1942 e i primi mesi del 1943, la provincia jonica registrò episodi di sostegno a renitenti alla leva, cioè cittadini che non si presentavano alla chiamata militare. Le masserie a ridosso delle gravine, tra Massafra, Mottola e Laterza, offrirono rifugi temporanei. La tecnica logistica fu essenziale: spostamenti notturni su 8-12 km, depositi minimi di viveri asciutti, segnali di riconoscimento visivi (panni bianchi su muretti) e acustici (richiami standardizzati di animali da cortile). Il rischio legale era elevato: l’ospitalità a renitenti ricadeva in ipotesi di favoreggiamento, aggravate dal contesto bellico.

Dopo l’8 settembre 1943, in aree più a nord del Salento ma ancora prossime, alcuni prigionieri di guerra alleati in fuga cercarono direttrici verso sud. Le comunità contadine del tarantino svolsero un ruolo di passaggio: acqua, indumenti, indicazioni di percorso. La documentazione d’archivio – inclusi rapporti aggregati del dopoguerra – conferma dinamiche di micro-accoglienza senza nomi, con l’obiettivo di non esporre famiglie e intere contrade.

Settembre 1943: continuità e trasformazione

L’arrivo delle forze alleate via mare nella rada di Taranto, con operazioni anfibie condotte nelle giornate successive all’armistizio, mutò la funzione delle reti clandestine locali. Una parte degli attivisti traslò verso compiti amministrativi: traduzione, supporto ai comandi nelle pratiche di ripristino dei servizi essenziali, mappatura dei danni agli impianti. Un’altra parte si spostò sulla logistica portuale in chiave preventiva: gestione dei coni di luce per minimizzare rischi notturni, consulenza sulle profondità dei fondali minati, presidio degli accessi civili alle banchine.

In città emersero nuclei riconducibili a forme di coordinamento poi incardinate nel Comitato di Liberazione. La transizione non cancellò il patrimonio di tecniche apprese nella clandestinità: compartimentazione, comunicazioni brevi, verifica incrociata delle informazioni. Il passaggio dal segreto alla collaborazione istituzionale richiese un adattamento dei protocolli: registrazioni scritte, rendicontazioni puntuali, definizione di ruoli e turni secondo criteri paramilitari.

Tipologie operative a confronto

La seguente tabella sintetizza approcci, luoghi e rischi rilevati nelle fonti consultate, utile a distinguere funzioni e vincoli.

Tipologia Luogo prevalente Obiettivo operativo Rischio legale
Sabotaggio lento Arsenale, officine meccaniche Ritardare consegne senza danni irreversibili Reati contro l’efficienza bellica; difficile prova diretta
Messaggistica documentale Porto commerciale, magazzini Trasferire notizie in forma frammentata Violazione di segreti d’ufficio, complicità
Letture condivise Scuole, case private Formazione critica e coesione di gruppo Reati d’opinione e associazione sovversiva
Ciclostile clandestino Locali aerati, orari serali Diffusione di testi sintetici Stampa clandestina, istigazione
Ospitalità ai renitenti Masserie e gravine Protezione temporanea e transito Favoreggiamento, aggravanti in tempo di guerra

Luoghi della memoria per il viaggiatore

Per chi visita la città con interesse storico, alcuni percorsi urbani permettono di leggere i segni di queste storie. Nel Borgo Umbertino, i fronti dei palazzi lungo i corsi principali guidano verso le antiche sedi scolastiche: qui si possono immaginare le dinamiche delle letture condivise e della micro-stampa. Nel dedalo della Città Vecchia, i vicoli stretti restituiscono l’idea di percorsi brevi e sorvegliati, pensati per diradarsi in pochi secondi in caso di rischio.

Il perimetro esterno dell’Arsenale – visitabile solo in giornate e modalità autorizzate – consente una lettura tecnica del rapporto tra lavorazioni e controllo. Le gru, le banchine e gli scali raccontano la centralità della logistica portuale, tema fondamentale per comprendere il ruolo di Taranto durante e dopo il 1943. Sul mare, i percorsi guidati verso il Castello e le darsene offrono un punto di osservazione utile per immaginare la ridistribuzione dei flussi navali nella fase di transizione alleata.

Infine, un itinerario nella provincia jonica – tra gravine e masserie – permette di collegare il paesaggio agricolo alle funzioni di rifugio temporaneo. Le distanze contenute tra i centri storici (10-20 km) spiegano la scelta di movimenti notturni a tappe. È un paesaggio funzionale, in cui muretti, tracciati interpoderali e lamie costituivano un sistema logistico povero ma resiliente.

Cosa resta oggi

L’eredità delle micro-resistenze tarantine vive in archivi, lapidi scolastiche, fondi fotografici e pratiche commemorative sobrie. Il lascito principale è metodologico: attenzione al dettaglio, prudenza nelle affermazioni, valorizzazione delle prove minori. Dal punto di vista civico, quel tessuto di piccoli atti suggerisce una definizione operativa di comunità: persone che condividono rischi proporzionati, competenze specifiche e una etica della discrezione.

Per il lettore e il viaggiatore tecnico, Taranto offre un caso di studio dove porto, scuola e campagna si intrecciano in un dispositivo coerente. Non esistono gesti monumentali isolati dal contesto; esiste piuttosto una rete di azioni a bassa visibilità, con una grammatica precisa e adattiva. Comprenderla significa collocare la città nella mappa più ampia della resistenza italiana, evitando stereotipi e senza perdere l’aderenza alle fonti.

Marzia Allegri
Marzia Allegri

Marzia è nata a Taranto e ha trascorso diversi anni accompagnando gruppi di visitatori tra le spiagge pugliesi e i borghi bianchi della Valle d'Itria. Ha una passione insaziabile per le tradizioni locali e nelle sue esplorazioni ama scoprire le sagre più autentiche e poco turistiche.