Il TarantinoScopri Taranto e la Puglia, passo dopo passo

Taranto durante la Seconda Guerra Mondiale: episodi e testimonianze locali poco note

Ilenia Scioscidi Ilenia Sciosci· 02/08/2026 14:20
Taranto durante la Seconda Guerra Mondiale: episodi e testimonianze locali poco note

Episodi dimenticati affiorano nei rioni di Taranto: brevi blackout, rifugi scavati nel tufo, pescatori-sentinella sul Mar Piccolo. Voci locali raccontano turni massacranti all’Arsenale e masserie usate come scampo ai bombardamenti.

Un porto strategico oltre il grande raid

Taranto fu nodo della Regia Marina e pagò la sua centralità. Oltre al celebre attacco aereo del 1940, la città subì colpi ripetuti. Dopo Operazione Judgement, ferri e chiodi nei cantieri volavano giorno e notte, mentre gli equipaggi rattoppavano carene e fiducia.

Nei registri parrocchiali compaiono note asciutte: “notte di fuoco”, “sfollati in sacrestia”. Nell’eco di quelle righe ci sono famiglie intere nei bassi della Città Vecchia, con coperte e fiaschi d’acqua, in attesa della sirena di cessato allarme.

Tamburi e Città Vecchia sotto le bombe

Nei Tamburi si ricorda l’odore di polvere di tufo che riempiva le cisterne usate come riparo. Nel dedalo dell’Isola, i grottini sotto le case servivano da rifugio: pochi scalini, un lume, pane raffermo e una pentola di ceci lasciata a “pipiare” finché bastava il gas.

Testimoni raccontano di tetti a terrazza usati per controllare il cielo: uno sguardo a oriente, uno al ponte, uno alle navi. Un colpo secco alla porta era il segnale per scendere. I ragazzi impararono in fretta a portare messaggi tra vicini e botteghe, con il fiato corto ma la strada in testa.

Arsenale e cantieri: il fronte del lavoro

All’Arsenale Militare le maestranze lavoravano a turni estesi. Martelli, ribattini, acqua salmastra sulle mani. Dopo i raid, si ripartiva dal metallo contorto. Tecnici e operai venivano richiamati anche di notte per valutare i danni, spesso con le famiglie in attesa nei rifugi.

Lungo i cantieri sul Mar Piccolo si improvvisavano officine mobili: teli cerati, pezzi di lamiera, catrame scaldato in latte riciclati. Alcune donne entrarono nei servizi ausiliari: magazzini, mensa, registri. La città lavorava come un’unica macchina, limando tempi e parole.

Pescatori-sentinella tra Mar Grande e Mar Piccolo

I pescatori, costretti a ridurre le uscite, divennero antenne della città. Notte senza lampare, remo silenzioso. Chi viveva tra fossi e bitte sapeva decifrare correnti, scie, ronzii. Segnali rapidi: una lanterna schermata, un fazzoletto, un fischio secco verso il pontile.

Nelle barche restava l’odore di alghe e catrame, nelle tasche briciole di taralli per i turni lunghi. I racconti di banchina parlano di reti rotte dai relitti e di cernie giganti finite in tielle di fortuna per sfamare intere corti nei vicoli.

Masserie rifugio nell’entroterra

Dalla costa verso Lama, Talsano, Statte e Leporano, le masserie accolsero sfollati. Tetti bianchi, stalle, aia battuta. Bambini addormentati su sacchi di grano, donne organizzate in cucine comuni, uomini a turno sui muretti a secco a fare la guardia.

Le famiglie ricostruivano routine essenziali: acqua dalla cisterna, pane impastato a rotazione, conserve in barattoli numerati. La sera, racconti bassi per coprire paure alte. Il ritorno in città era scandito dalle sirene: un rientro, una corsa, un attimo rubato alla normalità.

Dopo l’8 settembre: sbandati e aiuti civili

Dopo l’8 settembre 1943, Taranto vide passare soldati sbandati in cerca di abiti civili e un letto. Parrocchie e circoli rionali organizzarono dormitori improvvisati. I racconti parlano di scambi minimi ma vitali: pane per stoffa, latte per medicinali, una coperta per un paio di scarpe.

Con l’arrivo degli Alleati, alcune scuole divennero ambulatori. Le cronache domestiche ricordano tavolette di cioccolato distribuite ai bambini e scatolette di carne condivise in cortile. La città imparò un lessico nuovo senza dimenticare il dialetto delle corti.

Memorie minute: appunti dai rioni

Nella Città Vecchia si tramanda di una porta azzurra su via Duomo usata come riferimento per radunare i piccoli durante gli allarmi. Nel Borgo, un portone con marchi a gesso indicava il numero di posti in cantina. Ai Tamburi, un muretto annerito racconta ancora un incendio spento con secchi passati di mano in mano.

Ogni segno è un promemoria della città che resisteva: un chiodo sporgente, una mattonella scheggiata, una scala che non porta più da nessuna parte. Le testimonianze orali raccolte tra anziani e nipoti tengono insieme il filo: silenzi brevi, dettagli precisi, sguardi lunghi.

Tracce per un itinerario urbano

Chi visita Taranto può seguire un percorso civile. Partire dall’esterno dell’Arsenale per capire la mappa del porto. Proseguire nei vicoli della Città Vecchia cercando ingressi di ipogei usati come rifugi. Affacciarsi ai Giardini Peripato per leggere il rapporto tra mare e città.

Nei Tamburi, ascoltare i residenti che rammentano sirene e finestre coperte. Nel Borgo, alzare lo sguardo per riconoscere architravi riparate. Chiudere al tramonto sul Mar Piccolo, dove ancora oggi il passo lento dei mitilicoltori detta il tempo.

Perché ricordare oggi

Queste storie non riscrivono i manuali, ma restituiscono la vita minuta della guerra. A Taranto, le memorie passano di casa in casa, tra un piatto di riso, patate e cozze e una sedia di legno sul pianerottolo. Da cronista cresciuta nei vicoli, continuo a raccoglierle: per chi arriva, per chi resta, per chi cerca un motivo in più per fermarsi e ascoltare.

Ilenia Sciosci
Ilenia Sciosci

Ilenia è cresciuta tra le viuzze del centro storico di Taranto ascoltando storie di pescatori. Dopo aver viaggiato a lungo, si è dedicata a valorizzare i quartieri popolari della città attraverso itinerari storici e racconti di vita quotidiana e antiche ricette di mare.