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Vecchie usanze del Carnevale tarantino: maschere, scherzi e significati che in pochi ricordano

Marzia Allegridi Marzia Allegri· 16/08/2026 19:51
Vecchie usanze del Carnevale tarantino: maschere, scherzi e significati che in pochi ricordano

Il Carnevale tarantino rappresenta una delle celebrazioni più radicate nella memoria collettiva pugliese, benché molte delle sue usanze originarie si siano diluite nel corso dei decenni. Taranto, città portuale con una storia millenaria, ha sviluppato nel corso dei secoli una propria declinazione delle tradizioni carnevalesche, caratterizzata da elementi sincretici tra riti pagani, influenze spagnole e reinterpretazioni moderne. Comprendere le vecchie usanze significa tornare a quegli strati culturali sedimentati nel territorio, dove la maschera non era semplice travestimento ma funzione sociale e rituale. Questo articolo ripercorre le pratiche carnevalesche che ancora abitano il folklore tarantino, sebbene relegati a una dimensione sempre più periferica rispetto alle forme commerciali contemporanee.

Le maschere tradizionali e la loro grammatica simbolica

Nelle rappresentazioni carnevalesche tarantine, le maschere seguivano una codifica rigida, ben distinta da quella veneziana. La maschera più caratteristica era il "Pulcinella tarantino", figura che si differenziava notevolmente dall'omonima napoletana per la prevalenza di tratti goliardeschi e di critica sociale diretta. La maschera in cartapesta, colorata prevalentemente in tonalità di rosso e nero, incarnava il servo intelligente e ribelle, colui che poteva pronunciare verità sotto il velo dell'anonimato.

Un altro personaggio fondamentale era la "Zita", figura femminile rappresentata da uomini travestiti, che incarnava la vecchia non propensa a cedimenti sentimentali. La costruzione della Zita prevedeva dettagli molto specifici: il viso rugoso dipinto, il copricapo caratteristico e un atteggiamento corporeo che derideva apertamente il decadimento fisico. Non si trattava di semplice burletta, ma di una pratica rituale con funzione catartica: la derisione della vecchiaia permetteva simbolicamente di esorcizzarla.

La "Vergognosa" era la maschera delle donne libere, colei che poteva dire ciò che durante l'anno le era proibito. Il nome ironico celava un significato profondo di temporaneo capovolgimento delle gerarchie sociali di genere.

Gli scherzi rituali e la trasgressione controllata

Il Carnevale tarantino prevedeva uno specifico catalogo di scherzi, alcuni dei quali si radicavano in pratiche molto antiche. Uno tra i più persistenti era la "tirata di coda": durante le sfilate, i carnevalanti attaccavano strisce di carta o tessuto ai vestiti dei passanti, pratica che ridefiniva temporaneamente l'ordine pubblico urbano. Questo gesto non era casuale: rappresentava il diritto conquistato dal popolo di toccare, in senso letterale, coloro che normalmente stavano al di fuori della portata sociale.

Gli "scherzi sporchi", pratica ben documentata in fonti d'archivio, consistevano nel lanciare fango o acqua sui notabili cittadini. Tale transgression aveva valore purificatorio: l'inquinamento rituale era preludio alla rigenerazione sociale che il Carnevale prometteva. Il termine "Carnevale " stesso, etimologicamente legato alla "dismissione della carne" (carne vale in latino), evoca il concetto di perdita e rinascita.

Una pratica meno conosciuta era il "gioco dell'uovo": durante i giorni di festa, si organizzavano competizioni dove gruppi di contadini cercavano di rompersi reciprocamente le uova addosso. Il vincitore era chi restava più pulito, emblema del conflitto tra ordine e disordine che il Carnevale rappresentava.

I significati sepolti nelle tradizioni carnevalesche

Analizzando la struttura delle usanze carnevalesche tarantine emerge una logica sottesa molto precisa. Il Carnevale fungeva da valvola di sfogo per le tensioni sociali che si accumulavano lungo l'anno. La gerarchia rigida della società agricola tardomedievale e moderna trovava nel Carnevale un momento di inversione controllata, dove il servo poteva deridere il padrone, la donna poteva comportarsi come l'uomo.

La durata della festa era prescritta rigorosamente: il Martedì Grasso segnava l'apice della licenza, il Mercoledì delle Ceneri rappresentava il ritorno all'ordine. Questa struttura binaria rifletteva un'altra logica: non si trattava di una critica al sistema, ma di una sua integrazione strategica. Permettendo il caos per un breve periodo, il potere consolidava la propria necessità.

Le maschere rivestivano un ruolo essenziale in questo meccanismo. L'anonimato garantito dal volto coperto permetteva la parola libera, ma il costume stesso era segno esteriore di una licenza temporale. Chi indossava la maschera non era se stesso, ma nemmeno un vero altro: occupava uno spazio liminale, sospeso tra identità e alterità.

Persistenze e scomparse nel Carnevale contemporaneo

Nel corso del Novecento, le usanze carnevalesche tarantine hanno subito progressivi svuotamenti di significato. L'urbanizzazione, la secolarizzazione e l'arrivo della cultura di massa hanno trasformato il Carnevale da pratica rituale a spettacolo consumistico. Le maschere tradizionali sono quasi completamente scomparse dalle strade, rimpiazzate da costumi acquistati in negozi cinesi. Gli scherzi rituali hanno ceduto il passo a manifestazioni formalizzate e controllate.

Rimangono tuttavia alcuni elementi residuali, soprattutto nelle frazioni rurali e nei paesi della provincia. Alcune famiglia continuano a trasmettere i modi di costruire le maschere in cartapesta secondo le tecniche antiche. Alcuni gruppi folklorici tentano di mantenere viva la memoria di queste pratiche, sebbene la loro azione sia sempre più museale che vitale.

La sfilata carnevalesca moderna di Taranto rappresenta ormai una manifestazione turistica strutturata, con carri allegorici finanziati da sponsorizzazioni e programmi prestabiliti. La spontaneità che caratterizzava il Carnevale tradizionale è stata sostituita da una programmazione minuziosa. Il caos rituale è divenuto ordine spettacolare.

Conclusioni: verso una riscoperta consapevole

Le vecchie usanze del Carnevale tarantino appartengono oggi a una dimensione archeologica della cultura locale. Tuttavia, la loro riscoperta non costituisce una nostalgia sterile, bensì uno strumento di comprensione dei meccanismi sociali che continueranno a operare anche nelle forme contemporanee. Analizzare come il Carnevale tradizionale gestiva la trasgressione, la femminilità, l'anonimato e il potere significa illuminare aspetti della vita urbana attuale che spesso rimangono impliciti.

I visitatori che giungono a Taranto durante il periodo carnevalesco trovano oggi una celebrazione ibridata, dove residui di pratiche antiche coesistono con forme commerciali nuove. Comprendere questa stratificazione consente di sperimentare il territorio non come insieme di esotismi, ma come palinsesto dove leggere i capitoli successivi della storia culturale pugliese.

Marzia Allegri
Marzia Allegri

Marzia è nata a Taranto e ha trascorso diversi anni accompagnando gruppi di visitatori tra le spiagge pugliesi e i borghi bianchi della Valle d'Itria. Ha una passione insaziabile per le tradizioni locali e nelle sue esplorazioni ama scoprire le sagre più autentiche e poco turistiche.