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Vocabolario dei pescatori di cozze a Taranto: i termini del mestiere difficili da trovare

Angelo Fiorettidi Angelo Fioretti· 27/08/2026 06:18
Vocabolario dei pescatori di cozze a Taranto: i termini del mestiere difficili da trovare

Arrivi sul molo del Mar Piccolo e, appena scendi dall’auto, senti parole che non trovi nei dizionari: voci secche, gesti precisi, soprannomi che raccontano decenni di mare. Se vuoi capire davvero i cozzari di Taranto, devi imparare il loro lessico. Ti aiuta a scegliere la visita giusta, a non sbagliare quando compri, e soprattutto a riconoscere chi lavora con cura da chi vende solo folklore. Te lo dico dopo anni passati tra masserie e uliveti secolari delle Murge, ma anche tante mattine in banchina con amici che vivono di mare: il vocabolario è la tua bussola.

Perché ti serve un vocabolario di banchina

Se ti affacci alla prima luce, quando i gozzi rientrano e le casse fumano d’acqua salmastra, ti accorgi che non basta sapere cos’è una cozza. Devi saper distinguere il ritmo del lavoro: chi “cala”, chi “issa”, chi “sgrappa”, chi “depura”. Senza queste parole, rischi due errori: comprare prodotto fuori stagione o confondere la vera mitilicoltura con dimostrazioni per turisti. Con il vocabolario, invece, capisci il momento, fai domande sensate e scegli meglio l’esperienza.

I termini del mestiere che sentirai davvero

Cozzaro. È il mitilicoltore tarantino, il custode dei filari nel Mar Piccolo. Non chiamarlo “pescatore” in senso stretto: il cozzaro coltiva, controlla e affina, rientrando nella pratica della Mitilicoltura.

Reste. Le corde su cui si sviluppano le cozze. Le vedrai scendere in acqua in file ordinate; il cozzaro parla di “calare le reste” quando le sistema e di “issarle” quando le porta a bordo per la lavorazione.

Novellame. I piccoli mitili destinati alla crescita. Chiedere da dove arriva e come viene gestito è segno di rispetto e di attenzione alla qualità.

Filare. La linea di coltura che unisce più reste; spesso ancorata a “corpi morti” sul fondo. Quando un cozzaro dice “vado al terzo filare del Primo Seno”, ti sta indicando un preciso settore produttivo.

Citri. Le sorgenti sottomarine di acqua dolce e fredda del Mar Piccolo. Sono il segreto di Taranto: miscelano nutrienti e regolano la temperatura, regalando alle cozze quella sapidità pulita che riconosci a occhi chiusi.

Cernita. La selezione per pezzatura e per stato sanitario. È il passaggio che distingue chi ha metodo da chi improvvisa. Senti nominare “prima pezzatura” o “taglia da crudo”: sono indizi utili se vuoi fare un acquisto mirato.

Spazzolatura. La pulizia esterna del guscio. Quando è fatta a regola d’arte, non rovina la conchiglia e non lascia filamenti in eccesso.

Depurazione. Fase obbligatoria in vasche certificate prima della vendita per il consumo a crudo. Se la senti nominare con tempi e parametri chiari, sei in mani serie. Ricordati che il controllo rientra nella vigilanza della Capitaneria di porto e delle autorità sanitarie.

Gozzo. La barca tradizionale, panciuta e stabile, perfetta per lavorare vicino ai filari. Se sali a bordo, noterai il paranco: il piccolo sistema di carrucole che aiuta a issare le reste cariche.

Chianca. A Taranto indica la lastra in pietra della banchina, dove si lavora e si racconta. È qui che impari davvero: orecchio teso e scarpe comode.

Come interpretare questi termini quando prenoti o acquisti

Se vuoi vivere l’esperienza in mare, cerca chi ti spiega prima i passaggi: “calo delle reste”, “cernita”, “depurazione” e “spedizione”. Quando l’uscita racconta il processo dall’inizio alla fine, non stai pagando una gita, ma una lezione di mestiere. In questo senso, è utile leggere una guida pratica su come si svolge una mattinata tipo a bordo, tra gesti antichi e dialoghi di banchina: ti prepara ad ascoltare le parole giuste al momento giusto.

Se invece vuoi acquistare, usa tre criteri: stagione, provenienza e pezzatura. La stagione ti indica la pienezza della polpa; la provenienza “Mar Piccolo – Primo o Secondo Seno” è già un biglietto da visita; la pezzatura ti dice come cucinarle (crudo, impepata, gratinate). Chiedi sempre come è stata eseguita la depurazione: un cozzaro scrupoloso te la racconta con trasparenza.

Gli errori più comuni del visitatore

Confondere la scenografia con la tradizione. Se vedi solo foto, cesti in bella mostra e nessun dettaglio operativo, stai assistendo a un teatro, non a un mestiere.

Usare parole generiche. Dire “pescatore di cozze” può andar bene, ma se vuoi entrare in sintonia usa “cozzaro” o “mitilicoltore” e chiedi dei “filari”, non delle “reti”. Dimostri rispetto e attenzione.

Dimenticare la meteorologia. Vento e corrente cambiano il lavoro: se il cozzaro parla di rimandare l’uscita per sicurezza, non è capriccio; è conoscenza del mare.

Cercare solo il prezzo più basso. Dietro un costo corretto ci sono manutenzione dei filari, ricambi, depurazione e ore di selezione. Se è troppo economico, chiediti cosa stai perdendo in qualità.

I segnali di qualità che devi riconoscere

Trasparenza sui luoghi. Chi ti indica citri, seno e filare ti sta dicendo: “So dove lavoro e cosa offre quel tratto d’acqua”.

Attrezzi in ordine. Gozzo pulito, paranco funzionante, cassette idonee al contatto alimentare: la cura degli strumenti racconta l’etica del prodotto.

Racconto coerente. Se la spiegazione di reste, cernita e depurazione è lineare, hai davanti un professionista. Se cambia versione a seconda della domanda, stai in campana.

Connessione con il territorio. Un cozzaro che ti parla di stagioni, maestrale, Santi patroni e feste di rione ti sta offrendo cultura, non solo merce. Se ti interessa approfondire questo lato, dai un’occhiata a racconti su miti, riti e curiosità tramandati tra generazioni di pescatori: ti aiuteranno a leggere i dettagli che contano.

Se fossi al posto tuo, ecco cosa farei

Sceglierei una mattina feriale, quando la banchina parla davvero. Prenoterei un’uscita con un cozzaro che mi spiega prima i passaggi: resta, filare, cernita, depurazione. In barca ascolterei i tempi del lavoro, farei foto dopo, e soprattutto chiederei dei citri: sono la chiave di Taranto. Al rientro comprerei una pezzatura media per l’impepata e qualche esemplare grande per il crudo, solo se la depurazione è stata eseguita a norma. Infine, mi terrei un’ora libera per la chianca: due chiacchiere con i vecchi del molo valgono più di qualsiasi guida.

Mini-glossario operativo per le tue scelte

Quando senti “calare le reste”, sei nella fase di allevamento: non è il momento dell’assaggio, ma dell’osservazione. “Issare” significa che stanno lavorando prodotto maturo: puoi farti spiegare pezzatura e cernita. “Depurazione” certificata significa via libera al consumo a crudo; in caso contrario, orientati alla cottura. “Citri” è sinonimo di terroir marino: se vengono nominati, ascolta e impara dove nasce la differenza.

Checklist operativa finale

  • Prima di partire: scarpe comode, cappellino, rispetto dei tempi del cozzaro.
  • In banchina: chiedi di reste, filari e citri; ascolta come sono organizzati i lavori.
  • In barca: osserva paranco e cernita; fotografa senza intralciare le manovre.
  • All’acquisto: chiedi provenienza (Primo/Secondo Seno), pezzatura e prova di depurazione.
  • In cucina: crudo solo con depurazione certificata; altrimenti impepata o gratinata.
  • Memoria: annota i termini nuovi; alla prossima visita farai domande ancora migliori.
Angelo Fioretti
Angelo Fioretti

Angelo conosce ogni angolo delle Murge grazie alla sua lunga esperienza come accompagnatore turistico indipendente. Adora descrivere tradizioni rurali, feste patronali e percorsi tra masserie e uliveti secolari, sempre coinvolgendo amici locali nelle sue storie.