Si è discusso di questioni preliminari nella quarta udienza dibattimentale del processo “Ambiente svenduto” davanti al collegio presieduto da Marcello Rotondi. Le difese degli imputati avrebbero insistito sulla inutilizzabilità soggettiva e oggettiva delle varie perizie tecniche eseguite in incidente probatorio nel primo processo. Una questione legale di rilievo, dato che le perizie rappresenterebbero elementi probatori fondamentali per accertare le responsabilità nel disastro ambientale.
Il processo ripartito da zero
Il giudizio è ricominciato da zero a Potenza dopo che era stata dichiarata nulla – dalla sezione distaccata di Lecce della Corte d’Assise d’Appello di Taranto – la sentenza di primo grado pronunciata dal Tribunale di Taranto dopo 13 anni di iter giudiziario, a causa della presenza di due giudici onorari tra le numerose parti civili. Una decisione che avrebbe azzerato il lavoro fatto a Taranto e costretto a ricominciare il dibattimento nel capoluogo lucano. Per gli avvocati delle parti civili, l’attività istruttoria di Taranto non avrebbe più valore, il che significherebbe che elementi acquisiti nei sette anni di primo processo dovrebbero essere rivalutati.
Gli imputati e le prescrizioni
Il presunto disastro ambientale sarebbe quello causato dall’ex Ilva di Taranto durante gli anni della gestione Riva. Sono 21 gli imputati – 18 persone e tre società – tra i quali l’ex governatore pugliese Nichi Vendola, Nicola e Fabio Riva, ex proprietari dell’Ilva, e l’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso. Nella terza udienza sarebbe stato deciso il “non luogo a procedere per intervenuta prescrizione” per Vendola e altri 14 imputati. All’ex presidente pugliese era contestato il reato di concussione. Durante la quarta udienza, la Corte avrebbe disposto anche che le società Ilva in amministrazione straordinaria, Partecipazioni Industriali in amministrazione straordinaria e Riva Forni elettrici sono fuori dall’illecito amministrativo relativo al reato associativo e alle ipotesi di disastro e avvelenamento.
La mobilitazione da Taranto
All’esterno del Palazzo di Giustizia lucano, il presidio organizzato dallo Slai Cobas avrebbe dato voce al dissenso di associazioni ambientaliste pugliesi e lucane. Se a Taranto le parti civili erano oltre 1.500, a Potenza il numero sarebbe crollato drasticamente a circa 350, evidenziando il calo di partecipazione legato sia agli oneri economici dello spostamento che alla sfiducia nei confronti di un processo ricominciato da capo.
Le prossime tappe
Il processo prosegue nel capoluogo lucano con le complesse questioni preliminari ancora da risolvere, in particolare sulla ammissibilità delle prove acquisite nel primo grado di giudizio a Taranto.
