L’ex Ilva di Taranto: lo stabilimento tra l’impasse industriale e le sfide della decarbonizzazione

La situazione odierna

Lo stabilimento risulterebbe acceso ma non produrrebbe; la descrizione sintetica della realtà della ex Ilva di Taranto nel giugno 2026 evidenzierebbe una produzione minima, la cassa integrazione permanente e, negli appalti, avrebbero inizio i licenziamenti.

La Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (Cigs) dovrebbe decorrere dal 1° marzo 2026 con una durata di 12 mesi, interessando la maggior parte dei 4.450 lavoratori dello stabilimento di Taranto. Una cifra che attualmente supererebbe quella dichiarata nei numeri ufficiali, con 3.150 cassintegrati su 8 mila lavoratori, senza considerare l’indotto.

Il taglio dei fondi pubblici

Secondo quanto riportato, il prestito ponte non verrebbe rinnovato e i sindacati sarebbero usciti dal tavolo senza ricevere rassicurazioni. Il 15 giugno, durante l’incontro al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il governo non avrebbe intenzione di investire ulteriori risorse nell’ex Ilva. I 349 milioni stanziati finirebbero, dopodiché non ci sarebbe altro a disposizione. Non ci sarebbero fonti disponibili per sostenere la gestione dell’impianto, il che significherebbe che tra pochi mesi l’ex Ilva rischierebbe di trovarsi senza liquidità.

La paralisi delle manutenzioni

Problemi di sicurezza, aumento della cassa integrazione e manutenzioni ordinarie e straordinarie impossibili da programmare per mancanza di risorse rappresenterebbero un quadro denunciato dai sindacati da mesi. L’impatto sarebbe immediato: qualsiasi futuro acquirente si troverebbe davanti un impianto fermo, senza manutenzioni e senza garanzie, lasciando ai lavoratori solo incertezza.

La vendita in stallo

Il processo di vendita rimane fermo. Il piano di Michel Flack, che non avrebbe esperienza nella siderurgia, sarebbe cambiato di mese in mese e, allo stato attuale, oltre agli annunci, non ci sarebbe nulla, neanche le garanzie finanziarie. Quanto alla proposta Jindal Steel, prevederebbe la sostanziale dismissione della produzione a caldo a Taranto con conseguente drastica riduzione della forza lavoro e ripercussioni negative anche su altri stabilimenti.

Il piano di decarbonizzazione

Secondo quanto comunicato, il piano prevederebbe la realizzazione di tre forni elettrici a Taranto, un quarto a Genova e la costruzione del polo del DRI. Tuttavia, tali prospettive non sarebbero accompagnate dalle risorse finanziarie necessarie. Una delle criticità principali riguarderebbe i tempi della transizione: il Comune di Taranto continuerebbe a insistere sulla possibilità di costruire un solo impianto Dri in città, mentre al ministero questa opzione verrebbe giudicata non realistica anche per ragioni di sostenibilità economica.

Le richieste sindacali

Le organizzazioni sindacali avrebbero richiesto la nazionalizzazione del sito, affermando che solo un soggetto pubblico potrebbe garantire risposte occupazionali e sulla salute e l’ambiente. Sarebbe stata richiesta una convocazione urgente a Palazzo Chigi e un confronto con il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro.

Le pressioni europee

Il Consiglio d’Europa avrebbe chiesto alle autorità italiane di velocizzare gli interventi affinché il siderurgico tarantino non costituisca più un pericolo per la salute e l’ambiente. I dati epidemiologici evidenzierebbero un aumento dei casi di tumore tra i lavoratori: il 40% in più tra i fonditori, il 50% tra gli impiegati, con un’elevata incidenza nella popolazione generale e un +54% di incidenza nei bambini, con +21% di mortalità infantile. Nei quartieri Tamburi e Paolo VI l’incidenza risulterebbe ancora maggiore del 70% rispetto alla media cittadina.

Una vertenza al punto critico

Dalla situazione emerge una profonda stasi. La crisi dell’acciaieria, oggi gestita in amministrazione straordinaria (Acciaierie d’Italia), rimane uno dei dossier più critici per il governo Meloni e per il territorio tarantino. Lo stabilimento rappresenterebbe il più grande complesso siderurgico d’Europa con 15 milioni di metri quadri. Senza una decisione politica chiara, senza risorse e senza un piano concreto, Taranto rimane in condizione di attesa: uno stabilimento acceso che attenderebbe solo di sapere quando verrà spento.

Lascia un commento