I monaci bizantini nella Gravina di Castellaneta: quando le pareti rocciose divennero cenobio

Durante l’VIII e il X secolo, il Sud Italia si trovava al confine tra due mondi: la cultura greca del Catepanato bizantino e quella latina dei Principati longobardi legati al Papato. La Gravina di Castellaneta, con le sue pareti verticali profonde 145 metri, divenne il rifugio ideale per i monaci basiliani che cercavano protezione e raccoglimento spirituale.

I motivi della colonizzazione monacale erano duplici: la ricerca di sicurezza in un territorio continuamente conteso tra Longobardi e Bizantini, esposto inoltre alle incursioni saracene dalla costa, e il desiderio di ascesi e distacco dalle cose terrene. Le gravine offrono così il rifugio tanto cercato: uno spazio naturale già scavato dalle acque meteoriche, facilmente trasformabile in celle, chiese e annessi abitativi.

L’espansione massima nel IX secolo e le strutture rupestri

Gli insediamenti rupestri nella Gravina di Castellaneta raggiunsero la loro massima espansione attorno al IX secolo, quando il sito assunse una notevole importanza sia strategica che spirituale. I monaci basiliani non si limitavano a scavare semplici rifugi: costruivano strutture complesse interamente ricavate dalla roccia calcarenitica, includendo stalle, mulini, scale, letti e sofisticati sistemi di raccolta dell’acqua piovana tramite cisterne. Ogni complesso abitativo si articolava su più livelli verticali, collegati fra loro e spesso forniti di nicchie, bancali e ambienti destinati ad attività produttive come apiari e colombai.

La distribuzione verticale di questi villaggi rappresentava una soluzione urbanistica straordinaria: le case potevano essere scavate a diversi livelli della stessa parete rocciosa, creando comunità autosufficienti e densamente popolate. Molti di questi ambienti erano originariamente adibiti a magazzini, stalle e depositi per attrezzi agricoli, riflettendo un’economia basata sullo sfruttamento agricolo del territorio circostante.

Il patrimonio religioso: chiese rupestri e affreschi

La vocazione spirituale degli insediamenti bizantini è testimoniata dalle chiese rupestri ancora oggi visibili nelle pareti della gravina. La più celebre è la Chiesa di Santa Maria del Pesco, situata sul ciglio della Gravina Grande in Via dell’Assunta. Il suo nome deriva dal latino «piscus» (rupe), riferimento diretto alla posizione a ridosso dello spaccato verticale del canyon. All’interno è conservato un affresco risalente al 1200 raffigurante la Madonna col Bambino, testimonianza preziosa dell’arte medievale del territorio.

Altri edifici di culto caratterizzano il complesso religioso della gravina: la Chiesa rupestre di Padre Eterno nella Gravina di Coriglione, una cripta ipogea a tre navate; la Cripta di San Michele Arcangelo, che custodisce affreschi dell’XI e XII secolo con raffigurazioni dell’Arcangelo, una Madonna con Bambino e San Giovanni Battista; la Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, risalente al IX-X secolo, con tre navate e affreschi decorativi che ancora mostrano l’influenza bizantina. Nella Gravina di Santo Stefano si conservano invece affreschi del XIV secolo raffiguranti Santo Stefano e San Nicola.

Gli affreschi conservati non costituiscono solo opere d’arte: rivelano come il territorio fosse organizzato secondo precisi canoni liturgici bizantini, con iconostasi, absidi ricavate nella roccia e apparati pittorici che decoravano le navate. Questi cicli pittorici, spesso realizzati intagliando direttamente il banco di roccia in posto, rappresentano una delle più importanti gallerie dell’arte medievale dell’Italia meridionale e confermano l’elevato livello culturale degli insediamenti monastici.

Dinamiche economiche e territoriali del monachesimo byzantino

Dalla seconda metà del X secolo, il fenomeno del monachesimo greco si estese su vaste aree della Basilicata e del Tarantino, includendo la Gravina di Castellaneta nei suoi circuiti di espansione. L’attività dei monaci comportò l’antropizzazione di estesi territori: fondavano nuovi villaggi, edificavano chiese e insediamenti monastici, dissodavano terreni attraverso deforestazione e trasformazione dell’incolto, e rivitalizzavano le reti di comunicazione secondaria.

Questo processo determinò un notevole incremento demografico e una riorganizzazione del paesaggio agrario. Castellaneta, come altri centri del territorio tarantino, divenne parte di una rete amministrativa e ecclesiastica che faceva capo alla metropolia bizantina di Otranto. La gravina, con i suoi insediamenti, non era quindi un’oasi ascetica isolata, bensì un nodo in una struttura economica e amministrativa più ampia, dove la produzione agricola e artigianale sostentava la popolazione monacale e secolare.

Gli insediamenti rupestri di Castellaneta continuarono a essere frequentati e modificati fino alla fine dell’Ottocento, trasformandosi gradualmente secondo le necessità dei periodi successivi. Questo continuum abitativo, che attraversa millenni dalla preistoria al Medioevo fino ai tempi moderni, trasforma la Gravina di Castellaneta in uno straordinario palinsesto della storia umana, dove ogni strato racconta la storia di chi cercò rifugio e spiritualità nelle sue pareti di roccia.

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