Ogni anno, migliaia di famiglie scoprono che l’assegno unico può essere sospeso o addirittura cessare del tutto, spesso per motivi legati a cambiamenti nella situazione familiare o lavorativa. Capire quando non si ha più diritto all’assegno unico è essenziale per evitare brutte sorprese e pianificare il proprio bilancio familiare. Le regole per ricevere e mantenere questo sostegno economico sono precise e non sempre intuitive.
Quali sono i requisiti per ricevere l’assegno unico?
Per ottenere l’assegno unico, bisogna soddisfare alcuni requisiti fondamentali. Innanzitutto, il beneficio è destinato alle famiglie con figli a carico fino ai 21 anni di età, limite che decade solo in presenza di particolari condizioni come disabilità grave del figlio, che consente la proroga anche oltre questa soglia.
Tra i requisiti più importanti c’è la residenza in Italia: almeno uno dei genitori deve essere residente e domiciliato nel nostro Paese per tutto il periodo di erogazione. Inoltre, è necessario essere cittadini italiani, comunitari o extracomunitari con permesso di soggiorno di lungo periodo. Il nucleo familiare deve essere fiscalmente a carico e non deve percepire altri assegni similari previsti da leggi regionali o di categoria.
Un dato chiaro: nel 2023, l’assegno ha raggiunto oltre 8 milioni di figli beneficiari in Italia, ma ogni anno migliaia di famiglie vedono il proprio diritto decadere per il mancato rispetto di questi requisiti.
Cosa succede se cambia la situazione lavorativa?
Una delle domande più frequenti riguarda l’impatto delle variazioni lavorative sull’assegno unico familiare. Il sostegno viene calcolato sull’ISEE del nucleo familiare; una variazione significativa della situazione economica può portare a un ricalcolo dell’importo o, nei casi più estremi, alla perdita del diritto.
Ad esempio, se un genitore trova lavoro dopo un periodo di disoccupazione, l’aumento del reddito potrebbe modificare la fascia ISEE e quindi ridurre l’importo mensile dell’assegno. Tuttavia, il solo cambiamento lavorativo, se non comporta la perdita dei requisiti principali, non determina automaticamente la cessazione del beneficio.
Attenzione però: se la nuova situazione comporta l’uscita di uno dei figli dal nucleo familiare, o se il figlio inizia a lavorare con redditi superiori ai limiti previsti, si rientra nei casi di esclusione dall’assegno unico.
Quando si interrompe l’assegno unico familiare?
La cessazione dell’assegno unico può avvenire in diverse circostanze, tutte regolate dalla normativa di riferimento, il Decreto Legislativo n. 230 del 21 dicembre 2021. Il primo e più ovvio motivo è il raggiungimento dei 21 anni da parte del figlio a carico, salvo casi di disabilità grave. Ma ci sono altre situazioni da considerare.
L’assegno si interrompe se il figlio cessa di essere a carico fiscalmente, ad esempio perché inizia a lavorare con un reddito personale annuo superiore a 8.000 euro. Anche il trasferimento di residenza all’estero di uno dei genitori o del figlio comporta la perdita del diritto, così come il venir meno della cittadinanza o del permesso di soggiorno richiesto.
Altre cause di cessazione possono essere la presentazione di dichiarazioni false o incomplete, oppure la mancata comunicazione di cambiamenti rilevanti nella composizione del nucleo familiare. In questi casi, l’INPS procede alla revoca e al recupero delle somme eventualmente già erogate.
Esistono casi di esclusione dall’assegno unico?
Sì, ci sono casi specifici in cui non si ha diritto all’assegno unico. Oltre ai motivi già elencati, il beneficio non spetta se il figlio è sposato, se percepisce altre forme di assegno familiare incompatibili, oppure se risulta affidato in modo esclusivo a un altro genitore che ne fa richiesta esclusiva.
Un altro caso frequente è la mancata presentazione dell’ISEE aggiornato: senza questo documento, l’INPS può sospendere l’assegno e, in assenza di regolarizzazione, procedere alla cessazione definitiva. Va inoltre ricordato che l’assegno non spetta ai nuclei familiari che non risiedono stabilmente in Italia o che non sono in regola con i permessi di soggiorno.
Infine, è prevista l’esclusione per chi presenta documentazione falsa o omette informazioni rilevanti ai fini del calcolo e della concessione del beneficio. In questi casi, oltre alla perdita dell’assegno, si rischiano sanzioni amministrative e il recupero delle somme già percepite.
Come si può mantenere il diritto all’assegno unico?
Per continuare a ricevere l’assegno unico familiare, è fondamentale rispettare tutti i requisiti previsti dalla normativa e comunicare tempestivamente ogni variazione della situazione familiare o reddituale. L’aggiornamento dell’ISEE ogni anno è un passaggio obbligato: senza questo documento, l’erogazione si interrompe.
Se il figlio compie 18 anni, può restare beneficiario solo se frequenta un percorso di studi, svolge tirocinio, è registrato come disoccupato o svolge il servizio civile universale. Superati i 21 anni, come regola generale, l’assegno viene meno, salvo la presenza di disabilità grave.
Ricorda che ogni omissione o ritardo nelle comunicazioni può portare alla sospensione o alla cessazione dell’assegno. Mantenere un dialogo costante con l’ente erogatore e monitorare le scadenze aiuta a evitare brutte sorprese e a garantire la continuità del sostegno economico.
Cosa fare in caso di cessazione dell’assegno unico?
Se ti accorgi che il pagamento dell’assegno unico è stato sospeso o interrotto, il primo passo è verificare se sono cambiati i requisiti per mantenere l’assegno unico. Controlla la documentazione presentata, assicurati che l’ISEE sia aggiornato e che non siano intervenute modifiche nella composizione del nucleo familiare o nelle condizioni di residenza.
Nel caso in cui ritieni che la cessazione sia avvenuta per errore, puoi presentare una richiesta di riesame all’INPS o chiedere assistenza a un patronato. Se invece la sospensione è dovuta a un cambiamento effettivo dei requisiti, valuta se esistono altre forme di sostegno familiare previste dalla normativa.
Essere sempre aggiornati sulle regole che regolano l’assegno unico permette di prevenire interruzioni improvvise e di pianificare con maggiore serenità il futuro economico della tua famiglia.
Massimo Parisi
Dottore Commercialista, Revisore Legale dei Conti
Dottore Commercialista e Revisore Legale iscritto all'ODCEC di Torino dal 2009. Gestisce uno studio associato specializzato in fiscalità d'impresa, successioni e pianificazione patrimoniale. Consulente per PMI e professionisti su agevolazioni fiscali, bonus edilizi e adempimenti tributari. Autore di articoli per riviste di settore e relatore presso associazioni di categoria.





