Un canyon naturale modellato dal carsismo
La Gravina di Castellaneta (o Gravina Grande) è una formazione geologica straordinaria che si estende per circa dieci chilometri con svariate anse. Nel suo punto massimo raggiunge una profondità di 145 metri e una larghezza di circa 300 metri, presentando pareti molto ripide, quasi verticali. Diversamente da altre gravine della zona, è l’unica dove scorre effettivamente l’acqua, una caratteristica che la rende ancora più affascinante dal punto di vista naturalistico.
La formazione di questa incisione erosiva risale a processi geologici complessi iniziati circa 800 mila anni fa. La gravina è il risultato della combinazione di fenomeni carsici, dall’azione erosiva di torrenti e piogge, oltre a grandi sommovimenti tellurici. Il substrato è costituito da calcari cretacei, una roccia ricca di carbonato di calcio che si ammorbidisce con l’umidità, permettendo un’erosione efficace anche con modesti flussi idrici. Nei periodi aridi, il calcare si indurisce e si protegge con una patina superficiale, conservando così le forme scoscese e nette caratteristiche della gravina.
I letti attuali dei canyon rimangono per lo più aridi a causa delle condizioni climatiche, accogliendo le acque solo dopo intense precipitazioni. Tuttavia, durante questi momenti di pioggia intensa, il paesaggio assume l’aspetto che doveva avere migliaia di anni fa, quando i corsi d’acqua scavavano attivamente la roccia.
Un rifugio per i monaci bizantini
La Gravina di Castellaneta rappresenta un autentico museo a cielo aperto di storia rupestre. È stata rifugio preferito dai monaci bizantini, come attestano ancora oggi le chiese rupestri che punteggiano le pareti del canyon. Questi insediamenti rupestri raggiunsero la loro massima espansione attorno al IX secolo, durante l’epoca bizantina, quando Castellaneta divenne un habitat rupestre di notevole importanza strategica e spirituale.
La più celebre chiesa rupestre è la Chiesa di Santa Maria del Pesco, sorta sul ciglio del burrone. Il nome deriva dal latino “piscus” (rupe), in riferimento alla sua posizione a ridosso dello spaccato della gravina. Al suo interno è stato rinvenuto un affresco risalente al 1200 raffigurante la Madonna col Bambino, testimonianza preziosa dell’arte medievale presente nel territorio.
Nella Gravina di Coriglione, conosciuta anche come “Gravinella”, si trova la Chiesa rupestre di Padre Eterno, una cripta ipogea a tre navate le cui pareti recano affreschi di notevole rilevanza. Questi affreschi, databili al XIV secolo, raffigurano Il Cristo tra la Vergine, San Giovanni e altri santi, testimoniando l’influenza bizantina e la ricchezza culturale del sito.
Nel tratto della Gravina di Santo Stefano si conservano affreschi risalenti al medesimo periodo che ritraggono scene dedicate a Santo Stefano e San Nicola. La Cripta di San Michele Arcangelo, situata nella fitta vegetazione selvaggia, custodisce invece affreschi di XI e XII secolo che rappresentano San Michele Arcangelo, una Madonna con il Bambino e San Giovanni Battista, accompagnati da simboli iconografici religiosi e figure di animali.
Insediamenti archeologici e testimonianze preistoriche
Lungo il percorso della Gravina di Castellaneta sono visibili tracce di insediamenti archeologici e di rilevanza storica che risalgono a periodi molto antichi. L’uomo preistorico, già dal III millennio a.C., scavò il calcare tufaceo lungo le pareti digradanti, creando centinaia di grotte e antri che furono abitati fino a tutto l’Ottocento, trasformati e adattati ad usi diversi dalle civiltà della Magna Grecia fino all’epoca moderna.
Questi insediamenti rupestri non servivano soltanto come abitazioni, ma ospitavano anche luoghi di culto e necropoli, in molti casi utilizzati senza interruzione dal periodo preistorico fino al Medioevo. La Gravina del Porto, situata nei pressi di Montursi al confine con Gioia del Colle, conserva la presenza di Dolmen e del villaggio peuceta di La Castelluccia, accompagnato dall’omonima masseria storica che rappresenta una stratificazione unica di usi del territorio.
La Gravina di Santo Stefano custodisce un villaggio rupestre completo, mentre nella zona più settentrionale della gravina principale si trovano le Gravine di Montecamplo, nei pressi dell’omonimo colle, che offrono uno scenario naturalistico e archeologico straordinario.
Ecosistema e biodiversità
La Gravina di Castellaneta rappresenta un habitat di notevole importanza ecologica. La macchia mediterranea presente è formata principalmente da cespugli di lentisco, insieme ad arbusti facilmente riconoscibili come il caprifoglio e la ginestra spinosa dai bellissimi fiori gialli. Questa vegetazione caratteristica convive con un’elevata diversità faunistica.
Per quanto riguarda gli uccelli, è comune imbattersi di giorno in rapaci come il gheppio e il grillaio, falchi di piccole dimensioni, oppure in poiane e nibbi bruni. A tarda primavera è possibile incrociare gruppi consistenti di falchi cuculi. Nelle gravine fino a qualche decennio fa nidificava il capovaccaio, mentre negli anni più recenti questa specie ha nidificato nella vicina Gravina di Laterza. Altri volatili presenti sono il corvo imperiale, rondoni, barbagianni, civette e cinciallegre. Durante le ore notturne è facile incontrare pipistrelli.
Negli stagni presenti nella gravina, come il piccolo laghetto di Sant’Elia (o Sant’Ulij) situato nel fondo della gravina nel tratto prossimo al centro storico, è possibile osservare l’ululone dal ventre giallo, una specie tipica delle gravine dell’Italia meridionale, oltre a rane, tritoni e rospi.
Come visitare la Gravina
La Gravina di Castellaneta offre diverse possibilità di accesso e fruizione, a seconda della capacità e dell’interesse dei visitatori. La parte situata a nord della gravina è la più semplice da visitare, poiché le pareti presentano pendenze meno ripide rispetto ai tratti meridionali. Nel tratto in prossimità del centro storico di Castellaneta, le pareti divengono verticali e inaccessibili, una caratteristica che non è casuale: la città fu infatti costruita proprio in questa posizione per sfruttare le difese naturali offerte da questo spaccato inviolabile.
Le anse si accentuano particolarmente nella zona di Punta del Capillo, nei pressi dell’omonimo vicolo, che rappresenta uno dei tratti più suggestivi della gravina. È possibile avere una vista panoramica mozzafiato della gravina affacciandosi nei pressi di Piazza Marconi, nel cuore del centro storico, dove si scorge tutta l’imponenza del canyon aspro e impervio.
A sud-est di Castellaneta le pareti diventano progressivamente più accessibili, e dopo alcuni chilometri dal ponte della SS 7 Via Appia la gravina si trasforma gradualmente in lama (una formazione meno profonda), fino a far sfociare i suoi torrenti stagionali verso il Mare Ionio.
La Gravina di Castellaneta è tutelata dal 1987 con oasi di protezione e fa parte del Parco naturale regionale Terra delle Gravine, istituito nel 2005. Questo parco si estende su 28 mila ettari di territorio tra le province di Taranto, Brindisi e Matera, e rappresenta uno dei siti di Interesse Comunitario (SIC) e Zone di Protezione Speciale (ZPS) della rete Natura 2000, il principale strumento dell’Unione Europea per la tutela della biodiversità.
Agenzie di intrattenimento turistico organizzano regolarmente escursioni e itinerari d’esplorazione programmati per tutti i livelli di difficoltà e per tutte le età. Gli escursionisti più esperti possono effettuare percorsi completi della gravina, mentre per chi preferisce una visita meno impegnativa sono disponibili punti panoramici perfetti per fotografie dall’alto, come quello che si affaccia dall’altura sulla quale sorge la Chiesa campestre di Santa Maria del Pesco.
La posizione nel territorio
Castellaneta si trova a circa 35 chilometri di distanza da Taranto, nel cuore della Murgia tarantina. La Gravina di Castellaneta nasce in prossimità del ponte ferroviario della Renella a nord-ovest di Castellaneta, in corrispondenza di una canalizzazione artificiale che raccoglie le acque del canale Lummo, e prosegue verso sud dove confluiscono anche le gravine di Santo Stefano e di Coriglione. Attualmente le aree di vegetazione spontanea coincidono quasi esclusivamente con il ciglio della gravina stessa, mentre parti pianeggianti sono messe a coltura.
