C’è un nome, in provincia di Taranto, che risuona come una promessa: Grotte di Dio. Bastano tre parole per evocare qualcosa di sospeso tra il sacro e il geologico, tra la pietra e la preghiera. Ma la maggior parte dei turisti che percorrono la costa ionica o visitano il capoluogo non ha mai sentito pronunciare questo nome. E chi lo conosce, spesso non sa davvero cosa lo aspetta quando scende — letteralmente scende — nelle gravine di Mottola.
Un canyon nella Murgia tarantina
Nell’entroterra ionico della provincia di Taranto è possibile fare il pieno di bellezza tra gravine e chiese rupestri che sono una miniera di colori.
Mottola sorge sul ciglio dell’altopiano murgiano, a poco più di quaranta chilometri da Taranto, e da secoli guarda verso il mare senza raggiungerlo. È
un’incantevole cittadina pugliese situata tra le colline della provincia di Taranto, meta ideale per chi ama scoprire luoghi ricchi di storia, natura e tradizioni.
Ma il suo segreto più grande non è in superficie: è nascosto nelle parole rocciose che spaccano la campagna intorno, in quelle gravine — canyon calcarei modellati dall’erosione dell’acqua nel corso di milioni di anni — che custodiscono un mondo parallelo e dimenticato.
Il fenomeno della civiltà rupestre non è, strettamente parlando, limitato ad uno spazio fisico o cronologico definito; è tuttavia innegabile come la cultura del vivere in grotta connoti in maniera particolare un’epoca storica e un ambito geografico specifico: il Medioevo della Terra delle Gravine.
Le “Grotte di Dio”: un nome che viene da lontano
Nell’intero Parco delle Gravine sono conservati esempi di architettura sacra in grotta, ma a Mottola il territorio si è guadagnato il soprannome di “terra delle Grotte di Dio”, grazie al titolo di un articolo del 1987 pubblicato sulla rivista “Bell’Italia” dedicato alle chiese rupestri più belle di Mottola.
Un’etichetta giornalistica diventata identità.
Le chiese rupestri di Mottola, o Grotte di Dio, si trovano a Casalrotto e Petruscio, nelle omonime gravine, e sono famose per la bellezza e l’ottimo stato di conservazione degli affreschi “alla bizantina” che le adornano, rendendole uniche da visitare.
L’area delle gravine di Mottola, in provincia di Taranto, è segnata da una fitta rete di chiese rupestri oggi minacciate dall’abbandono e dall’oblio: si tratta nella maggior parte dei casi di fabbriche completamente scavate nella roccia che la storiografia locale riconduce all’alto Medioevo e alla seconda dominazione bizantina del territorio.
Cosa si vede: santi, arcangeli e un’architettura impossibile
Le quattro chiese rupestri di Mottola più importanti per architetture e affreschi sono datate dall’XI al XIV secolo: Santa Margherita o Marina, patrona delle gestanti, Sant’Angelo — unica nel suo genere in Italia perché disposta su due piani —, San Nicola di Myra, che conserva uno dei più antichi affreschi del Santo taumaturgo, e San Gregorio, un vero gioiello di architettura sacra scavata in prossimità dell’attuale città.
Durante il Medioevo le gravine divennero rifugio di comunità religiose che vi lasciarono tracce indelebili: affreschi bizantini, cripte dedicate a santi e testimonianze della ritualità cristiana primitiva. Le chiese rupestri, con i loro affreschi di Cristi, Arcangeli guerrieri e Madonne col Bambino, costituiscono uno straordinario patrimonio artistico medievale spesso ancora inedito.
Accanto alle chiese, la gravina di Casalrotto conserva anche un villaggio rupestre di straordinaria complessità.
Situato nei pressi dell’omonima masseria settecentesca, il villaggio rupestre si estende su circa 12.500 mq e comprende 46 case-grotta, ciascuna di circa 270 mq, con una zona centrale che presenta ambienti più ampi e capienti.
Il villaggio ospita anche una vasta necropoli basso-medievale e un probabile monastero italo-greco.
Non un sito, ma un intero universo sotterraneo.
I monaci basiliani e la Bisanzio tarantina
Per capire perché questi affreschi esistano, bisogna tornare indietro di mille anni.
I monaci basiliani, appartenenti all’antico ordine di San Basilio, giunsero in Puglia dal Medioriente, dalla Siria e dall’Egitto: abituati a vivere in luoghi aridi e rocciosi, nel Sud Italia trovarono condizioni climatiche e morfologiche a loro favorevoli e si rifugiarono nelle grotte e negli anfratti del territorio.
Esse furono anche il frutto dell’attività di monaci basiliani assai presenti nei territori della Puglia e della Calabria, regioni più volte contese fra l’Impero Bizantino e Goti, Longobardi, Normanni, Saraceni.
Nei suggestivi canyon scavati nella roccia si incontrano villaggi rupestri, chiese, cripte e santuari che presentano spesso splendidi affreschi bizantini raffiguranti la Vergine, Cristo Pantocratore, Santi e Martiri.
L’area ionica della Terra delle Gravine è una delle zone culturali più suggestive della Puglia, anche se meno nota al turismo di massa: è una piacevolissima scoperta per il viaggiatore, perché si tratta di formazioni rocciose che ricordano, neanche tanto vagamente, i Camini delle Fate della Cappadocia o le case rupestri della Georgia.
Come arrivare e visitare
Mottola si raggiunge facilmente dall’autostrada A14 (uscita Taranto) oppure dalla Statale 7 Appia.
L’accesso al sito avviene tramite una monumentale scalinata medievale, scolpita nella roccia, che conduce nel cuore della gravina.
Per visitare le chiese rupestri affrescate in sicurezza è consigliabile affidarsi a guide abilitate locali, come il servizio VisitMottola, attivo con tour in italiano, inglese e francese.
Oltre a costituire un capitolo importante delle vicende storiche e artistiche che si sono succedute nel corso del tempo, queste chiese rappresentano un documento straordinario di cultura religiosa.
Eppure la maggioranza dei viaggiatori passa per Taranto senza sapere che, a meno di un’ora di strada, esiste un Medioevo ancora vivo, ancora colorato, ancora capace di togliere il fiato. Basta saper guardare in basso.
