Lo stop alle cokerie dell’ex ILVA di Taranto si allungherebbe notevolmente. Secondo quanto comunicato, con l’intervento del ministero del Lavoro, Semat Engineering e sindacati avrebbero firmato la proroga della cassa integrazione per area di crisi complessa, che dovrebbe durare 12 mesi, dall’1 luglio a fine giugno 2027. La misura riguarderebbe 213 dipendenti dell’azienda appaltatrice, rimasti inattivi dalla fermata dei forni a coke.
I motivi della fermata e i ritardi accumulati
Le batterie sarebbero state fermate per la necessità di sostituire il reattore catalitico dell’impianto di desolforazione per il trattamento del gas della cokeria, demolendo il vecchio e installandone uno nuovo. La ripartenza sarebbe stata prevista a maggio, consentendo così alla fabbrica di riprendere a produrre il coke per gli altiforni, materia che l’azienda avrebbe invece acquistato all’estero in questi mesi. Secondo quanto comunicato dalla società, il riavvio delle batterie di forni a coke sarebbe previsto entro il 30 aprile 2026, anche se le organizzazioni sindacali nutrivano forti dubbi sulla fattibilità di questa scadenza.
L’impatto sull’indotto tarantino
L’azienda avrebbe spiegato ai sindacati che con le batterie ferme, si registrerebbe più di 110 persone inattive, pari al 50% della forza occupata. La situazione di Semat Engineering si inserirebbe in un panorama critico più allargato: la Semat Sud, azienda storica attiva da oltre vent’anni negli appalti di manutenzione e risanamento dello stabilimento siderurgico, avrebbe avviato lo scorso 15 dicembre 2025 una procedura di licenziamento collettivo che coinvolgerebbe 218 lavoratori, annunciando contestualmente la cessazione delle attività.
Le preoccupazioni dei sindacati
Le organizzazioni sindacali intravvederebbero da mesi in questa fermata la possibilità di una mancata e definitiva ripartenza degli impianti, che a cascata rischierebbe di coinvolgere molte aziende dell’indotto e dell’appalto che già avrebbero manifestato le prime turbolenze. La crisi occupazionale si estenderebbe ben oltre gli stabilimenti principali e minaccerebbe di travolgere centinaia di famiglie nel territorio ionico, dove il tasso di cassa integrazione straordinaria risulterebbe tra i più elevati dell’intera regione Puglia.
Il nodo della ripresa produttiva
Sul fronte produzione e vendita dell’azienda a un nuovo investitore, tutto resterebbe bloccato. I commissari delle amministrazioni straordinarie di Ilva e di Acciaierie continuerebbero a trattare con il gruppo indiano Jindal, che rappresenterebbe al momento l’unica proposta ritenuta concreta, con passi avanti rispetto all’offerta iniziale. Tuttavia, secondo gli esperti, risulterebbe difficile che le trattative per la cessione degli impianti potessero concludersi entro il primo quadrimestre dell’anno.
Le risorse stanziate dal Governo
All’ex Ilva i 100 milioni deliberati dal Governo verso fine maggio per restare operativa sarebbero arrivati la settimana precedente. Dal punto di vista finanziario l’azienda conserverebbe un margine di relativa tranquillità anche se le risorse del prestito ponte autorizzato dall’Ue starebbero per finire: ne resterebbero da erogare, presumibilmente tra luglio e agosto, altri 149 milioni, dopodiché si esaurirebbe il plafond di 390 milioni.
Cosa significa la proroga per i lavoratori
La cassa integrazione per area di crisi complessa rappresenterebbe uno dei principali ammortizzatori sociali per i dipendenti delle aziende dell’indotto. Tuttavia, il progressivo allungamento degli stop produttivi alimenterebbe il timore che gli impianti non riaprano con la tempestività necessaria per garantire continuità occupazionale una volta scaduti gli ammortizzatori. Le istituzioni regionali e il Governo risulterebbero pressate dalle organizzazioni sindacali affinché definissero con chiarezza il piano industriale della struttura siderurgica e le garanzie occupazionali per l’indotto tarantino.
