L’attesa pronuncia del 8 luglio
La Corte d’Appello di Milano riprenderà il prossimo 8 luglio il processo sulla ipotizzata chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto a partire dal 24 agosto 2026. L’udienza è fissata per mercoledì 8 luglio alle 14.30.
I giudici hanno ritenuto che le questioni preliminari e pregiudiziali presentate dalle amministrazioni straordinarie di Acciaierie d’Italia e Ilva non necessitano di approfondimenti e si può quindi passare direttamente alla trattazione della causa. Significa che la corte lombarda entrerà subito nel merito, senza ulteriori rinvii procedurali.
La sentenza di febbraio e le accuse incrociate
La vicenda nasce dall’azione intentata da Genitori Tarantini contro l’ex Ilva, conclusa con la sentenza del Tribunale di Milano del 26 febbraio, che ha stabilito che Acciaierie d’Italia dovrà chiudere l’area a caldo a partire dal 24 agosto se non saranno adeguate, entro la scadenza, alcune prescrizioni dell’Autorizzazione Integrata Ambientale.
Il Tribunale ha imposto ad Acciaierie d’Italia di intervenire su una serie di prescrizioni ambientali dell’autorizzazione rilasciata nell’estate 2025 dal ministero dell’Ambiente, ritenendo carenti sul piano applicativo e temporale una serie di misure: ha chiesto «tempi certi e ragionevolmente brevi» entro i quali gli studi di fattibilità, i piani e i cronoprogrammi dovranno trovare effettiva attuazione. In caso contrario, dal 24 agosto 2026 «dovranno iniziare le attività tecniche e amministrative necessarie alla sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento.
La sentenza è stata impugnata sia da Genitori Tarantini che dal gruppo siderurgico: la richiesta di inibitoria dei primi chiede l’immediata attuazione dello stop all’area a caldo della fabbrica, l’azienda punta ad annullare ogni limitazione all’attività produttiva.
Le posizioni contrapposte: azienda contro cittadini
Secondo l’azienda non è vero che ci siano prescrizioni ambientali inadempiute. Quelle che i giudici di Milano sostengono essere inadempiute, in realtà sono connesse a un procedimento amministrativo tutt’ora in corso, quello degli studi di fattibilità.
Nel ricorso l’azienda sostiene che nel 2025 l’ex Ilva è stata oggetto di quasi mille ispezioni a vario titolo, ambientali e non; che i limiti emissivi sono stati sempre rispettati come attestato dalle autorità di controllo; che il testo della nuova Aia, che si articola con 470 prescrizioni, è stato messo a punto da un gruppo istruttore che vede insieme Mase, Ispra, Regione Puglia ed enti locali.
In giudizio anche la Regione Puglia, con il Gruppo d’intervento giuridico e il Codacons.
Dal versante opposto, i promotori del ricorso sostengono che il termine concesso dal Tribunale viola apertamente i principi stabiliti dalla Corte di Giustizia Europea, affermando che «anziché ordinare l’immediata sospensione, è stato concesso un termine che ignora quanto sancito a livello comunitario: le proroghe all’attività produttiva in presenza di rischi sanitari sono illecite».
Il contesto europeo e la sentenza della Corte di Lussemburgo
Il provvedimento del Tribunale di Milano è stato adottato dai giudici italiani in conformità alla sentenza emessa dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea il 25 giugno 2024, che aveva affermato che l’esercizio dell’ex Ilva andava sospeso se dannoso per salute e ambiente, rimettendo al Tribunale di Milano la valutazione concreta sulla pericolosità dell’impianto siderurgico.
Chi promuove l’azione giudiziaria
Il giudizio ha ad oggetto la prima class action italiana presentata contro l’ex Ilva, promossa per la protezione dei diritti di circa 300.000 residenti del comune di Taranto e dei comuni limitrofi, finalizzata ad ottenere un’inibitoria dell’esercizio dell’impianto o almeno di alcune sue parti, con l’obiettivo di tutelare il diritto alla salute, il diritto alla serenità e alla tranquillità nello svolgimento della loro vita e il diritto al clima.
I prossimi passi
La decisione della Corte d’Appello di Milano sarà cruciale. Avrà l’effetto di confermare, modificare o annullare la sentenza del febbraio scorso. Nel caso in cui le prescrizioni ambientali non fossero rispettate entro il 24 agosto, avrebbe luogo lo spegnimento graduale dell’area a caldo. Tuttavia, è importante rilevare che qualora AdI e Ilva dovessero ottenere una modifica della norma ambientale (AIA) che specifichi tempi più chiari e ragionevoli per gli adempimenti, potrebbero evitare il blocco della produzione.
