Insediamenti archeologici della Gravina di Castellaneta: dall’Età del Bronzo al Medioevo

La Gravina di Castellaneta rappresenta uno straordinario palinsesto archeologico dove le tracce umane si sovrappongono attraverso millenni di continuità insediativa. Le pareti rocciose tufacee che caratterizzano questo canyon, profondo fino a 145 metri, hanno conservato testimonianze di insediamenti che risalgono al periodo preistorico e si estendono fino all’epoca moderna.

Frequentazione preistorica e abitati rupestri primitivi

L’uomo preistorico sfruttò le cavità naturali della gravina già dal III millennio a.C., trasformando il calcare tufaceo attraverso scavi sistematici che crearono centinaia di grotte e anfratti. Questi non servivano soltanto come ripari abitativi, ma ospitavano anche luoghi di culto e necropoli, strutture che rimasero in uso senza interruzione dal periodo preistorico fino all’Ottocento, subendo trasformazioni successive ad opera delle civiltà della Magna Grecia fino all’epoca moderna. La particolare conformazione geomorfologica della gravina—con pareti verticali facilmente scavabili e protette naturalmente—la rendeva ideale per insediamenti stabili e difesi.

Il villaggio peuceta di La Castelluccia e i dolmen

Nell’area circostante la Gravina di Castellaneta, precisamente nella Gravina del Porto al confine con Gioia del Colle, emerge la presenza del villaggio peuceta di La Castelluccia, accompagnato da monumenti megalitici quali i dolmen. Questi insediamenti evidenziano la frequentazione del territorio da parte delle popolazioni indigene della Magna Grecia, fornendo informazioni sulla struttura sociale e le pratiche funerarie di queste comunità. La masseria storica omonima rappresenta una stratificazione unica di utilizzi del territorio, sovrapponendo le logiche insediative medievali e moderne alle tracce più antiche.

Espansione insediativa tra VIII e X secolo

Il periodo di massima espansione degli insediamenti rupestri coincide con la seconda colonizzazione bizantina, avviatasi a partire dalla fine del IX secolo. I monaci basiliani scelsero deliberatamente le gravine quale rifugio che coniugava sicurezza strategica—protezione dalle incursioni saracene e dai conflitti tra Longobardi e Bizantini—con l’aspirazione spirituale al raccoglimento ascetico. In questa fase, la Gravina di Castellaneta assunse importanza sia dal punto di vista strategico che ecclesiastico, divenendo nodo di una struttura amministrativa più ampia legata alla metropolia bizantina di Otranto.

L’organizzazione degli insediamenti monastici

Gli insediamenti rupestri della Gravina seguivano uno schema organizzativo preciso, con celle abitative, annessi di servizio e chiese scavate direttamente nella roccia. La Chiesa di Santa Maria del Pesco, situata sul ciglio della Gravina Grande, rappresenta il monumento più celebre: il suo nome, derivante dal latino “piscus” (rupe), allude direttamente alla posizione strapiombante. All’interno è conservato un affresco del 1200 raffigurante la Madonna col Bambino, testimonianza dell’arte medievale presente nel territorio. Nella Gravina di Santo Stefano, il villaggio rupestre omonimo conserva affreschi dedicati a Santo Stefano e San Nicola, databili al XIV secolo. La Gravina di Coriglione ospita invece la Chiesa rupestre di Padre Eterno, strutturata come cripta ipogea a tre navate con pareti affrescate, mentre nella stessa gravina si trova l’insediamento rupestre di Santa Maria di Costantinopoli, composto da tre navate absidate con numerose tracce di affreschi. Nelle Gravine di Montecamplo, al confine con Laterza, si rinviene l’Ovile Vecchio, una cripta con due navate e altrettanti ingressi, caratterizzata da tracce di decorazioni pittoriche.

Significato degli affreschi e dei cicli pittorici

Gli affreschi conservati nelle chiese rupestri non costituiscono mere opere decorative, ma rivelano l’organizzazione del territorio secondo precisi canoni liturgici bizantini. Iconostasi, absidi ricavate nella roccia e apparati pittorici che decoravano le navate testimoniano il livello culturale elevato degli insediamenti monastici. Molti cicli pittorici furono realizzati intagliando direttamente il banco di roccia in posto, rappresentando alcune delle più importanti gallerie dell’arte medievale dell’Italia meridionale. Questa pratica costruttiva dimostra come le comunità monastiche disponessero delle competenze tecniche e delle risorse economiche per trasformare il paesaggio carsico in una vera civiltà urbana.

Continuità d’uso fino all’epoca moderna

Gli insediamenti rupestri di Castellaneta continuarono a essere frequentati e modificati fino alla fine dell’Ottocento, adattandosi progressivamente alle necessità dei periodi successivi. Questa longevità insediativa—dal Preistorico al XIX secolo—attesta l’eccezionale stabilità della Gravina quale luogo privilegiato per l’abitazione umana. Le pareti rocciose fornivano protezione naturale, le acque stagionali garantivano risorse idriche, e la vicinanza al territorio pianeggiante consentiva lo sfruttamento agricolo e pastorale delle aree circostanti.

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