La civiltà rupestre a Massafra: dalle origini ai villaggi ipogei medievali della Gravina di San Marco

La storia della civiltà rupestre di Massafra affonda le radici ben oltre il Medioevo. Le ricerche archeologiche hanno documentato presenze umane a partire dal Neolitico, come attestano i reperti di selci lavorate rinvenute nei depositi della Gravina della Madonna della Scala, che dimostrano come il territorio fosse frequentato fin dai primordi della preistoria. Tuttavia, il vero esordio di una civiltà rupestre strutturata viene anticipato al III-IV secolo, quando comunità intere iniziarono a organizzarsi in insediamenti permanenti all’interno delle formazioni rocciose carsiche.

Un momento cruciale per la comprensione di questa storia è il rinvenimento di un tesoretto di monete vandaliche del V secolo all’interno del villaggio della Madonna della Scala. Questo ritrovamento scientifico fornisce credibilità a una tradizione locale millenaria che collegava il toponimo Massafra a «massa afrorum», ovvero un nucleo di popolazioni nordafricane. Secondo le ricostruzioni storiche, si tratterebbe di profughi cattolici fuggiti dalle persecuzioni messe in atto dagli invasori vandali di religione ariana, che trovarono rifugio nelle caverne naturali della gravina.

Dal VI secolo in avanti inizia la grande trasformazione che caratterizzerà il paesaggio rupestre di Massafra. Il primo scavo della cripta di San Marco risale probabilmente a questo periodo, segnando l’inizio della conversione delle grotte naturali da semplici rifugi abitativi a complessi architettonici di grande raffinatezza. La chiesa-cripta di San Marco, scavata nella roccia calcarenitica, venne divisa in tre navate supportate da pilastri massicci e successivamente decorata in epoca bizantina. Questo monumento rappresenta il punto di partenza da cui derivò l’identità stessa della Gravina di San Marco, il cui nome prende origine proprio da questa chiesa rupestre.

Durante l’Alto Medioevo, la civiltà rupestre raggiunse il suo apogeo. Soprattutto tra il VII e l’XI secolo, comunità di monaci basiliani, monaci orientali e anacoreti provenienti dal mondo siro-palestinese colonizzarono massicciamente le gravine, trasformando le semplici caverne in veri e propri insediamenti urbani. L’VIII secolo rappresenta un momento di particolare intensità di questa migrazione monastica: monaci e comunità cristiane ascetiche fuggivano dalle persecuzioni iconoclastiche di Bisanzio, cercando nell’isolamento delle gravine il rifugio ideale per la vita contemplativa e la pratica dell’askesis, la purificazione spirituale secondo l’insegnamento di Sant’Antonio abate nel deserto della Tebaide egiziana.

Questi insediamenti non si limitavano a ambienti di culto. Tra il X e il XII secolo, il monachesimo siro-palestinese creò vere e proprie «criptopoli», città segrete altamente organizzate scavate nelle pareti tufacee. Il villaggio della Madonna della Scala conserva testimonianze di oltre 200 case rupestri che furono abitate dal Neolitico fino ai giorni nostri. Le abitazioni erano articolate in più vani: camere da letto, soggiorni e cucine, accompagnate da cortili terrazzati davanti alle grotte, laboratori artigianali, stalle, pollai, conigliere, ovili e frantoi ipogei. Questo grado di sofisticazione organizzativa rivela una comunità che aveva sviluppato sistemi complessi di gestione delle risorse e della convivenza sociale.

La Gravina di San Marco, in particolare, accoglieva il villaggio rupestre di Santa Marina, dove la chiesa rupestre omonima conserva ancora tre altari (uno di rito greco e due di rito latino), testimonianza vivente della convivenza di tradizioni orientali e occidentali. Gli affreschi di Santa Marina e Santa Margherita sulle pareti della chiesa rappresentano l’abilità pittorica e il ricco sincretismo religioso di questi monaci che operavano nel territorio dal VI al XII secolo.

La ricchezza artistica di questi insediamenti è straordinaria. Nel XII secolo sorgeva la cripta della Candelora, decorata con affreschi d’ispirazione bizantina di notevole raffinatezza, mentre la cripta di San Leonardo conserva tre ambienti liturgici con affreschi che raffigurano il Cristo in Trono fra San Giovanni Battista e la Madonna, risalenti all’Alto Medioevo. Massafra divenne così la «Tebaide d’Italia», un centro di straordinaria concentrazione di chiese rupestri affrescate – complessivamente oltre 30 edifici religiosi – dove la spiritualità medievale trovava espressione sia nell’austerità della vita rupestre che nella bellezza mistica dell’arte liturgica.

Il declino della civiltà rupestre iniziò nel corso del Medioevo tardivo. La ristrutturazione insediativa che accompagnò l’incastellamento intorno al Mille diede il primo impulso al superamento della cultura del vivere in grotta. Il castello di Massafra, la cui prima attestazione risale a un documento longobardo del 970, divenne il nuovo polo urbano. I nuovi borghi come Massafra, dotati di efficienti fortificazioni e mura di difesa, offrivano una sicurezza maggiore rispetto alle grotte disperse, e molti abitanti iniziarono gradualmente a trasferirsi verso gli insediamenti in elevato. Tra il XIV e il XV secolo, strutture costruite in muratura cominciarono ad affiancarsi alle costruzioni in grotta, segnando il passaggio definitivo verso l’architettura tradizionale.

La gravina di San Marco, che un tempo era nota come il «Paradiso di Massafra» per la rigogliosa vegetazione spontanea, gli orti terrazzati, i giardini e le coltivazioni di fichi d’India che caratterizzavano i suoi costoni, divenne così il luogo dove la memoria della civiltà rupestre rimaneva impressa nella roccia e negli affreschi: un testamento duraturo di una comunità che aveva scelto di trasformare il sasso in città, la solitudine in spiritualità, e le caverne naturali in templi dell’arte medievale.

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