La situazione dell’ex Ilva di Taranto potrebbe entrare in una fase critica. Secondo quanto riferito, il prestito-ponte autorizzato dall’Unione Europea sarebbe prossimo all’esaurimento e non sarebbe possibile ottenere ulteriori finanziamenti pubblici analoghi, con la prospettiva che Acciaierie d’Italia potrebbe rimanere senza liquidità tra settembre e novembre, aprendo scenari potenzialmente significativi per la continuità produttiva dell’acciaieria che occupa migliaia di famiglie nella provincia ionica.
I numeri della disoccupazione in atto
La perdita di occupazione rappresenta una realtà concreta in questi mesi. Secondo i dati forniti dall’USB, dall’inizio dell’anno sarebbero andati persi circa 400 posti di lavoro nell’appalto e altri 200 rischerebbero di essere cancellati entro la fine di giugno a causa della riduzione di numerose attività interne allo stabilimento. L’erosione dell’occupazione scaturirebbe dalla contrazione della produzione, con riduzioni delle attività produttive e manutentive che starebbero già producendo conseguenze sull’occupazione, secondo quanto riportato dai sindacati negli incontri con le istituzioni regionali.
La portata della vertenza: quasi 15mila posti potenzialmente a rischio
La vertenza coinvolgerebbe complessivamente quasi 10.300 dipendenti diretti nei vari siti (di cui 7.900 a Taranto), 1.600 ex Ilva in Amministrazione Straordinaria, e 3.600 dell’appalto. Un eventuale collasso della liquidità comporterebbe conseguenze non solo per chi lavora all’interno dello stabilimento, ma per un’intera popolazione di lavoratori e famiglie la cui reddito dipenderebbe, direttamente o indirettamente, dal funzionamento dell’impianto.
La gara internazionale ancora aperta
Resta aperta la procedura di gara per Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. Secondo le comunicazioni ufficiali, sarebbero ancora in corso valutazioni di due soggetti che avrebbero presentato offerte per l’acquisizione dell’intero gruppo, ma non sarebbero emerse novità sostanziali sul futuro della società. I potenziali acquirenti individuati sarebbero Flacks Group e Jindal Steel International, ma nessuno dei due avrebbe finora trasformato l’interesse in un impegno finanziario serio.
Le richieste di sindacati e istituzioni
Su un punto convergerebbero sindacati e imprese: il tempo starebbe per scadere. Senza una decisione rapida sul futuro industriale dell’ex Ilva e senza nuove garanzie finanziarie, il rischio non sarebbe più soltanto quello di una crisi aziendale, ma di un’emergenza sociale destinata a coinvolgere migliaia di famiglie e l’intero sistema economico del territorio ionico. La Regione Puglia avrebbe convocato i sindacati per affrontare il nodo della liquidità, della possibile cessione e della presenza dello Stato in un’eventuale struttura futura.
Le posizioni sulla nazionalizzazione
L’USB continuerebbe a sostenere la necessità della nazionalizzazione del gruppo come unica soluzione in grado di garantire la salvaguardia dei livelli occupazionali. Tuttavia, il governo avrebbe manifestato che la nazionalizzazione non rientra tra le opzioni valutate, citando vincoli normativi e preoccupazioni rispetto ai quadri degli aiuti di Stato dell’Unione Europea. In alternativa, si prospetterebbe la costituzione di una società mista che garantisca una presenza pubblica più diretta nella gestione operativa e nella responsabilità ambientale dello stabilimento.
Il rischio della paralisi totale
Se la liquidità si esaurisse effettivamente tra settembre e novembre senza un piano credibile, l’ex Ilva potrebbe non avere risorse per continuare nemmeno le manutenzioni ordinarie. Dei tre altiforni dell’impianto ne sarebbe in funzione uno solo, con una condizione già critica che si aggraverebbe ulteriormente in assenza di liquidità.
L’indotto e il territorio
La crisi non sarebbe confinata all’interno dello stabilimento. Imprese artigianali, ditte di servizi, fornitori specializzati e commercianti avrebbero costruito in decenni un ecosistema economico attorno alla grande acciaieria. Le istituzioni risulterebbero impegnate nella gestione di una crisi che avrebbe superato il perimetro dello stabilimento per estendersi all’intero tessuto imprenditoriale locale.
I prossimi sviluppi
Il dibattito rimane aperto ai tavoli istituzionali. I prossimi mesi sarebbero decisivi per capire se avrà luogo una soluzione concreta. Taranto non possiede alternative economiche immediate in grado di assorbire una disoccupazione di questa scala: la scommessa sulla transizione energetica e sulla decarbonizzazione della produzione di acciaio resterebbe teoricamente possibile, ma richiederebbe investimenti di straordinaria entità e una regia centrale finora assente.
