Nel 2024 la provincia di Taranto ha registrato una diminuzione di 3.065 unità (-0,6%), il calo più marcato in termini percentuali tra le province pugliesi. I dati diffusi dall’Istat certificano una tendenza che caratterizza da decenni il territorio ionico e che rappresenta una delle più rilevanti emergenze demografiche del Mezzogiorno.
I numeri della situazione attuale
Nel 2023 Taranto ha registrato un calo dello 0,6% della popolazione tra i più marcati in regione, con un saldo naturale negativo (-2.940) e un saldo migratorio interno che segna -1.811 persone. Nel 2025 si registrerebbero 997 nati contro 2.033 morti, con una perdita netta di circa mille residenti in un solo anno. L’età media a Taranto sarebbe di 46,8 anni, contro i 46,4 della media pugliese, con una popolazione relativamente anziana e un indice di vecchiaia attestato a 221,2.
Dal 1981 ad oggi, escludendo parzialmente Statte che è diventato comune autonomo nel 1993, l’emorragia della popolazione tarantina sarebbe di circa 42mila residenti, con una perdita media di quasi mille abitanti all’anno. La popolazione avrebbe toccato il picco di 244mila 101 abitanti nel 1981, mentre nel 2025 sarebbe scesa a 185mila 909 unità.
Le cause: saldo naturale negativo ed emigrazione interna
Il calo non sarebbe dovuto a un unico fattore. Il saldo demografico rimane in costante rosso, effetto combinato di nascite al minimo storico, decessi in leggero calo ma pur sempre superiori, e una fuga interna che non accenna a rallentare. Il saldo migratorio interno a Taranto sarebbe -3,3 per mille, secondo peggior dato dopo Foggia.
Il calo demografico persiste da oltre trent’anni. Taranto avrebbe iniziato a perdere popolazione proprio nella fase di raddoppio dell’Ilva, oggi Acciaierie d’Italia. La situazione industriale e occupazionale avrebbe inciso profondamente sulle scelte delle famiglie. Le prospettive lavorative limitate e la crisi economica spingerebbero nuclei familiari a cercare opportunità altrove.
Taranto si fermerebbe a +2,1 per mille nel tasso migratorio estero, valore insufficiente a compensare le perdite interne. La componente straniera crescerebbe del 6,8%, una delle variazioni più alte della regione, portando la popolazione straniera a 17.934 residenti.
Disparità tra i quartieri
L’area che avrebbe perso più abitanti nell’ultimo decennio sarebbe quella di Salinella/Montegranaro, insieme a Tre Carrare-Solito: circa 5mila residenti in meno in dieci anni. Il Borgo avrebbe già perso tra il 1991 e il 2011 circa 20-30mila persone. A Tamburi e Paolo VI i livelli di speranza di vita sarebbero tra i più bassi della regione, quasi due anni in meno rispetto alle aree sud della città come Talsano, Lama e San Vito.
Le proiezioni per il 2050
Secondo la proiezione Istat, dai 185mila 321 abitanti del 2024, nel 2050 la città scenderebbe a soli 137mila 676 abitanti, con una perdita potenziale di 47mila 645 residenti. L’istituto nazionale di statistica segna già entro il 2030 una prima soglia critica a quota 176mila 426 residenti.
Nel 2040 il capoluogo ionico dovrebbe contare appena 158mila 801 abitanti, perdendo potenzialmente quasi 30mila residenti rispetto a oggi. Nel 2050 la popolazione raggiungerebbe livelli demografici di oltre un secolo fa, con una struttura sociale capovolta in cui la quota di anziani supererebbe quella delle famiglie con figli.
Il posizionamento nella Puglia
Taranto rimane il secondo comune più popoloso della regione dopo Bari, ma con un distacco significativo: circa 186mila abitanti contro oltre 315mila del capoluogo regionale. In termini percentuali Taranto e Brindisi guiderebbero la classifica dei territori in perdita, mentre nel capoluogo tarantino la natalità sarebbe ferma a 6,1 nati per mille residenti.
Una sfida strutturale
Non è solo una questione di numeri: rappresenterebbe la sintesi di un cambiamento demografico profondo. Lo svuotamento demografico di Taranto costituirebbe una sfida strutturale che richiederebbe risposte politiche e sociali di ampio respiro, capaci di incidere su un trend che persiste da oltre tre decenni.
Foto: Livioandronico2013 — CC BY-SA 3.0 (Wikimedia Commons)
