La sentenza di febbraio e il termine critico del 24 agosto
Dal 24 agosto potrebbe scattare lo stop della “attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento” dell’ex Ilva di Taranto. La Sezione XV civile del Tribunale di Milano, specializzata in materia di impresa, avrebbe disposto la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto. Il provvedimento, che diverrebbe effettivo a partire dal 24 agosto 2026, nascerebbe per rispondere ai rischi attuali per la salute dei residenti, accogliendo l’istanza presentata da un gruppo di cittadini tarantini. La decisione del Tribunale civile di Milano, che arriva su richiesta dei residenti del Comune pugliese, farebbe riferimento a “rischi attuali di pregiudizi alla salute” e chiarisce che il decreto non è allo stato esecutivo e lo diventerebbe solo se non impugnato.
Cosa dovrebbe accadere entro agosto per evitare lo stop
Le società coinvolte (Acciaierie d’Italia spa, Acciaierie d’Italia Holding e Ilva spa, tutte in amministrazione straordinaria) avrebbero tempo fino al 24 agosto 2026 per correre ai ripari. Per evitare il blocco produttivo, le aziende dovrebbero ottenere un’integrazione dell’Aia 2025 che includa: tempi certi e “ragionevolmente brevi” per l’attuazione degli studi di fattibilità, piani e cronoprogrammi operativi per le prescrizioni ritenute illegittime, e un impegno formale alla tempestiva esecuzione degli interventi. Se tali adempimenti non verranno soddisfatti entro la data stabilita, dovrebbero scattare immediatamente le procedure tecniche per lo spegnimento dell’area a caldo.
La situazione economica e la liquidità in pericolo
Secondo quanto reso noto, il governo non stanzierebbe ulteriori risorse per l’ex Ilva, sostenendo che nuovi fondi potrebbero essere considerati dalla Commissione europea come aiuti di Stato. Questa posizione creerebbe uno scenario particolarmente complesso per il futuro dello stabilimento tarantino. La situazione dell’ex Ilva di Taranto potrebbe entrare in una fase critica: il prestito-ponte autorizzato dall’Unione Europea sarebbe prossimo all’esaurimento e non sarebbe possibile ottenere ulteriori finanziamenti. Se la liquidità si esaurisse effettivamente tra settembre e novembre senza un piano credibile, l’ex Ilva potrebbe non avere risorse per continuare nemmeno le manutenzioni ordinarie. Dei tre altiforni dell’impianto ne sarebbe in funzione uno solo, con una condizione già critica che si aggraverebbe ulteriormente in assenza di liquidità.
Il contesto giudiziale e gli ostacoli lungo il percorso
La Corte di Cassazione avrebbe respinto il ricorso presentato da Acciaierie d’Italia, che aveva chiesto di dissequestrare l’altoforno 1 dello stabilimento di Taranto. L’altoforno 1 sarebbe stato sequestrato dalla procura di Taranto a maggio del 2025, dopo un incendio, con sequestro ordinato a fini probatori. La Corte d’appello di Milano avrebbe fissato l’8 luglio la prossima udienza del procedimento al termine della quale dovrà valutare se confermare o meno lo stop all’ex Ilva di Taranto a partire dal 24 agosto.
Le ripercussioni occupazionali e il rischio sociale
L’ex Ilva appare di fatto ferma: la produzione risulterebbe minima, la cassa integrazione permanente e negli appalti comincerebbero i licenziamenti. La vertenza coinvolgerebbe non solo i dipendenti di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, ma anche quelli di Ilva in AS, le aziende dell’indotto e dell’appalto, con ripercussioni su centinaia di imprese e migliaia di lavoratori. Senza una decisione rapida sul futuro industriale dell’ex Ilva e senza nuove garanzie finanziarie, il rischio non sarebbe più soltanto quello di una crisi aziendale, ma di un’emergenza sociale destinata a coinvolgere migliaia di famiglie e l’intero sistema economico del territorio ionico.
Le prospettive per il prossimo futuro
Lo scenario appare complesso: lo Stato metterebbe i soldi per mantenere l’azienda mentre questa continuerebbe a perderne molti, e mentre produrrebbe sempre meno, con l’obiettivo di tutelare i posti di lavoro in attesa di trovare un compratore. Secondo quanto riferito da osservatori locali, ci si starebbe per raggiungere il limite di soldi che lo Stato potrebbe mettere (per via delle imposizioni europee sulla concorrenza) e nel frattempo una sentenza potrebbe rischiare di disincentivare definitivamente qualsiasi potenziale compratore.
