Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: 29 arresti a Taranto, smantellata presunta rete legata al Decreto Flussi

Nel corso della notte, secondo le indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce e dalla Procura di Taranto, sarebbe stata smantellata un’organizzazione con base a Taranto dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. I Carabinieri del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Taranto, in collaborazione con i Comandi Provinciali e le Compagnie Carabinieri di Taranto, Massafra, Martina Franca, Castellaneta, Manduria e delle “API” della Compagnia di Brindisi avrebbero eseguito un’ordinanza di custodia cautelare a carico di 29 indagati, ritenuti presuntivamente responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere aggravata finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina aggravato e continuato in concorso.

Il presunto funzionamento della rete

Secondo l’ipotesi accusatoria, l’organizzazione avrebbe trasformato il sistema del Decreto Flussi in un articolato meccanismo illecito finalizzato al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, agevolando nel corso degli anni l’ingresso illegale di centinaia di cittadini extracomunitari provenienti prevalentemente da Pakistan, Bangladesh e India. L’associazione sarebbe stata guidata da un avvocato tarantino e dal titolare di un CAF attraverso cui sarebbero state predisposte le richieste di nulla osta per il rilascio dei permessi di soggiorno.

Gli intermediari avrebbero reclutato cittadini nei Paesi di origine raccogliendo documentazione e denaro, mentre il centro logistico sarebbe stato individuato in un CAF di Taranto, dal quale sarebbero state predisposte e inoltrate sul Portale “ALI” – piattaforma telematica ufficiale del Ministero dell’Interno dedicata alla gestione delle procedure amministrative riguardanti i cittadini stranieri – le richieste di nulla osta al visto per il rilascio del permesso di soggiorno o per l’ingresso in Italia. Le domande risultavano formalmente giustificate da esigenze occupazionali che, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbero state inesistenti.

I costi e le modalità di sfruttamento

I migranti, provenienti prevalentemente da India, Pakistan e Bangladesh, avrebbero pagato fino a 6.500 euro per ottenere il nulla osta e il visto di ingresso. Secondo l’accusa, 5.000 euro sarebbero stati destinati al datore di lavoro compiacente, 1.000 ai promotori e 500 ad altre figure intermediarie. Il legale avrebbe gestito direttamente lo smistamento dei lavoratori alle aziende, curando i rapporti con gli intermediari e contrattando con questi ultimi le somme da pagare.

I settori e le province coinvolte

L’organizzazione avrebbe utilizzato imprese attive nella ristorazione, stabilimenti balneari, negozi di telefonia, edilizia, settore alberghiero, agricolo e manifatturiero, impiegate esclusivamente per simulare rapporti di lavoro. Le ordinanze di custodia cautelare avrebbero interessato le province di Taranto, Lecce, Foggia, Matera, Campobasso, Milano, Ragusa, Latina e Verona.

Lo sfruttamento della vulnerabilità economica

Secondo la prospettazione accusatoria, il sistema sarebbe stato alimentato dallo sfruttamento della vulnerabilità economica e sociale degli aspiranti lavoratori stranieri. Persone provenienti da contesti di povertà o prive di prospettive sarebbero state indotte a sostenere ingenti sacrifici economici, spesso ricorrendo ai risparmi familiari o contraendo debiti, pur di ottenere un visto d’ingresso o mantenere un titolo di soggiorno. Secondo le indagini, alcune delle vittime avrebbero venduto tutto ciò che possedevano nei propri Paesi di origine per procurarsi il denaro da consegnare alla presunta organizzazione criminale al fine di arrivare in Europa attraverso l’Italia.

L’indagine

L’operazione costituisce l’esito di una complessa attività investigativa coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce e dalla Procura di Taranto, sviluppata anche con la collaborazione della Prefettura di Taranto, attraverso complesse attività tecniche, acquisizioni documentali e riscontri investigativi su database e sistemi informatici. L’indagine, originata da un episodio inizialmente estraneo ai fatti, avrebbe fatto emergere un’organizzazione che sembra essere stata radicata a Taranto ma operativa anche nelle province di Foggia, Matera, Campobasso, Latina e Ragusa.

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