Trenta persone avrebbero fatto parte di un’organizzazione che, secondo quanto ricostruito, trasformava il meccanismo previsto dal Decreto Flussi in un canale illecito di ingresso in Italia. L’operazione sarebbe il risultato di un’indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce e dalla Procura di Taranto. L’ipotesi è che il blitz sia stato eseguito dai carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Taranto.
Il presunto sistema illecito: false richieste tramite il portale ministeriale
Al centro del sistema ci sarebbe un Caf di Taranto che, con il coinvolgimento di intermediari e imprenditori, avrebbe sfruttato il portale Ali del ministero dell’Interno per presentare false richieste di lavoro, costruite secondo l’accusa per far risultare regolari degli ingressi che non lo erano.
Secondo la ricostruzione dell’ordinanza del gip Maria Francesca Mariano, il presunto meccanismo, operativo tra il 2024 e il 2025, avrebbe consentito a centinaia di cittadini provenienti soprattutto da Pakistan, Bangladesh e India di ottenere il nulla osta e il visto d’ingresso attraverso richieste di assunzione che, secondo l’accusa, non corrisponderebbero a reali esigenze lavorative.
Quanto pagavano i cittadini stranieri
I cittadini extracomunitari, prevalentemente provenienti da Pakistan, Bangladesh e India, avrebbero pagato cifre che arriverebbero fino a 6.500 euro a persona per ottenere nulla osta e visto d’ingresso. Una volta ottenuto il nulla osta, il lavoratore avrebbe richiesto il visto e sarebbe arrivato in Italia come se fosse stato realmente assunto. In realtà, secondo la ricostruzione della Procura, molti di quei rapporti di lavoro sarebbero stati solo sulla carta.
I ruoli nell’organizzazione presunta
L’ordinanza avrebbe portato alla luce una presunta associazione a delinquere guidata da due tarantini: il 63enne avvocato Michele Cervellera e il 52enne Antonio Damiano Milella, già noto alle forze dell’ordine. Secondo l’accusa, Cervellera gestiva direttamente lo smistamento dei lavoratori alle aziende, assicurando la collocazione dei soggetti stranieri presso i datori di lavoro, curando i rapporti con gli intermediari e contrattando la somma da pagare come corrispettivo per la prestazione illecita, mentre Milella, titolare del Caf, provvedeva a inserire le richieste di nulla osta nel portale ministeriale.
Dietro pagamento di un compenso illecito, alcuni imprenditori avrebbero acconsentito a inserire richieste di nulla osta, ma in realtà senza alcuna reale esigenza lavorativa. Otto intermediari di nazionalità pakistana, bengalese o indiana sono accusati di aver individuato soggetti connazionali interessati a entrare in Italia e di aver curato i contatti fra questi ultimi e i promotori dell’associazione.
Le misure cautelari: arresti in nove province
I provvedimenti sarebbero stati eseguiti in diverse province italiane, tra cui Taranto, Lecce, Foggia, Matera, Campobasso, Milano, Verona, Ragusa e Latina. Quattordici indagati sarebbero stati sottoposti agli arresti domiciliari.
Le accuse
Gli indagati risponderebbero, a vario titolo, di associazione per delinquere aggravata finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di favoreggiamento aggravato e continuato in concorso. Il procedimento si trova ancora nella fase delle indagini preliminari. Per tutti gli indagati resta valido il principio della presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.
Le indagini si sarebbero sviluppate attraverso intercettazioni, attività tecniche, acquisizioni documentali e verifiche su banche dati e sistemi informatici.
Lo sfruttamento di procedure legittime
L’inchiesta mette al centro un possibile sistema di sfruttamento delle fragilità di chi cercava un canale d’ingresso in Italia, trasformando una procedura amministrativa pensata per regolare i flussi di lavoro in un meccanismo illecito basato su false assunzioni, pagamenti indebiti e documentazione ritenuta fraudolenta. L’organizzazione avrebbe fatto ricorso a imprese operanti nei settori della ristorazione, degli stabilimenti balneari, della telefonia, dell’edilizia, dell’agricoltura, dell’ospitalità e del comparto manifatturiero, utilizzate per simulare rapporti di lavoro.
