Ex Ilva, le sigle sindacali pressano il governo: «Riattivate il tavolo a Palazzo Chigi»

La stanchezza del fronte sindacale tarantino emerge chiara dalla richiesta di urgente riapertura del tavolo sull’ex Ilva a Palazzo Chigi, dopo mesi di silenzio istituzionale. Fiom-Cgil, Fim-Cisl, Uilm-Uil e Usb, insieme ai rappresentanti del territorio, denunciano il mancato confronto con l’esecutivo e lanciano un appello affinché il governo riattivi immediatamente il tavolo permanente rimasto fermo dal 5 marzo scorso.

Il tavolo bloccato da tre mesi

L’ultimo incontro tra governo e sigle sindacali risale al 5 marzo 2026. In quella sede, Fim, Fiom, Uilm e Usb evidenziarono i nodi cruciali per garantire un futuro allo stabilimento, chiedendo chiarezza su impianti, piano industriale e occupazione. Il governo ha comunicato che il tavolo sull’ex Ilva sarebbe aggiornato entro il mese di marzo, ma da allora — sebbene siamo a metà giugno — le sigle sindacali denunciano che il tavolo permanente a Palazzo Chigi rimane fermo dal 5 marzo 2026.

Cosa chiedono i sindacati

Per Fiom, Uilm e Usb è “indispensabile” una convocazione immediata a Palazzo Chigi per definire un percorso chiaro sul futuro dei lavoratori, affrontando crisi industriale, garanzie occupazionali, transizione ecologica e investimenti, attraverso “un intervento pubblico forte e diretto”. Al centro delle preoccupazioni sindacali vi sono l’assenza di risorse finanziarie, le ricadute sulle manutenzioni e sulla sicurezza degli impianti, l’aumento della cassa integrazione e l’incertezza sul bando di vendita internazionale.

L’impegno del governo di Urso

In risposta alle sollecitazioni, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha ribadito nei giorni scorsi l’impegno dell’esecutivo sulla vertenza. Urso ha affermato che “quella dell’ex Ilva è una sfida difficile, su cui serve un’azione sinergica e la massima responsabilità da parte di tutti gli attori, nel rispetto degli sforzi fatti in questi anni proprio dai lavoratori dell’Ilva”, aggiungendo “Noi siamo impegnati con voi a garantire la continuità produttiva, nella prospettiva della piena decarbonizzazione, anche e soprattutto a Taranto”.

Tuttavia, la mancanza di fatti concreti — nessun nuovo tavolo programmato da mesi — continua a creare frustrazione nei sindacati tarantini, che da oltre quindici anni accompagnano una crisi industriale complessa e dai contorni sempre più incerti.

Il contesto della vertenza

La vicenda dell’ex Ilva di Taranto incarna una delle più grandi crisi industriali italiane: la vertenza affonda le radici nel 26 luglio 2012, data in cui furono sequestrati gli impianti dell’area a caldo, e oltre tredici anni di rinvii hanno prodotto soltanto una lenta agonia degli impianti. A questo si aggiungono preoccupazioni stringenti per la sicurezza dei lavoratori e la tenuta occupazionale di un’azienda che, tra dipendenti diretti, amministrazione straordinaria e indotto, occupa circa 20mila persone nel territorio tarantino.

La richiesta di riapertura del tavolo rappresenta dunque un momento cruciale: le sigle sindacali chiedono trasparenza, investimenti pubblici diretti e un piano industriale credibile, elementi che — secondo quanto denunciano — continuano a mancare nella strategia governativa per il rilancio della siderurgia tarantina.

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