Riforma dei porti, il modello Rfi-Anas arriva a Taranto: una sfida nazionale per la mobilità

Che cosa cambia con la nuova riforma

La chiave della riforma è l’istituzione di Porti d’Italia S.p.A., una società pubblica con responsabilità di coordinamento strategico nazionale, incaricata della gestione degli investimenti infrastrutturali strategici, della manutenzione straordinaria e della promozione congiunta del sistema portuale italiano. Il modello non è nuovo: Anas e Enav sono state concepite così. Il sistema opererebbe su due livelli: le Autorità di Sistema Portuale avrebbero responsabilità della gestione operativa, mentre Porti d’Italia S.p.A. assumerebbe il ruolo di coordinatore nazionale con poteri di indirizzo strategico.

Perché il modello Rfi-Anas è rilevante

Secondo quanto illustrato dal viceministro Edoardo Rixi, le Autorità resterebbero soggetti centrali nella pianificazione dello sviluppo degli scali, ma le decisioni strategiche dovrebbero essere coordinate a livello nazionale, anche con un piano di investimenti pluriennali. La nuova società avrebbe il compito di pianificare e realizzare opere strategiche per il potenziamento delle singole infrastrutture portuali, con particolare attenzione ai collegamenti ferroviari e stradali, con l’obiettivo di rendere i porti italiani più competitivi, riducendo i tempi di transito e migliorando i servizi.

Taranto al centro del dibattito nazionale

Le strategie per il futuro dei porti italiani, tra infrastrutture, logistica e sostenibilità, sarebbero state al centro di un evento nazionale sulla “Pianificazione strategica dei sistemi portuali” svoltosi il 27 e 28 marzo a Taranto, con rappresentanti delle istituzioni, accademici e operatori del settore. All’evento avrebbero partecipato il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi e il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro.

Al centro del dibattito pugliese vi sarebbe stata la presentazione della “Carta di Taranto”, un documento in otto punti che punta a trasformare i porti da semplici banchine a veri e propri hub governati da competenze manageriali.

Finanziamenti e risorse per il porto ionico

Secondo le stime della riforma, Porti d’Italia S.p.A. disporrebbe di una dotazione annua a regime di circa 480 milioni di euro. Tuttavia, il testo arrivato al Parlamento avrebbe subito modifiche significative: non più fino a 500 milioni, ma una dotazione iniziale di 10 milioni complessivi, di cui un milione nel 2026 e nove nel 2027.

Porti d’Italia assorbirebbe fino al 25% dei dipendenti attualmente presso le Autorità di Sistema Portuale, con costi stimati in circa 32 milioni di euro, mentre i costi di gestione sarebbero finanziati tramite un Fondo alimentato da una quota dei canoni di concessione e attraverso oneri di investimento inclusi nel quadro economico dei singoli progetti, fino a un massimo del 12,5% del valore dei lavori, secondo un modello analogo a quello già adottato da Anas.

Mobilità intermodale: ferrovie e retroporti

Il porto di Taranto, che fa parte delle sedi di Autorità di Sistema Portuale riconosciute dal decreto, rappresenterebbe un nodo cruciale per la logistica meridionale. L’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio si sarebbe prefissata l’obiettivo di rendere il porto di Taranto uno scalo di “Terza Generazione”, ossia un’infrastruttura che vada oltre le prestazioni di sbarco/imbarco delle merci e che sia in grado di offrire il ciclo completo dei servizi nell’ambito della catena logistica.

La riforma porrebbe grande enfasi sulla transizione ecologica, prevedendo investimenti in cold ironing (elettrificazione delle banchine per consentire alle navi ormeggiate di spegnere i motori), sistemi di efficientamento energetico e riduzione delle emissioni, in linea con gli obiettivi europei del Green Deal.

Il percorso parlamentare e le criticità aperte

La riforma dei porti sarebbe entrata nella fase decisiva e punterebbe all’approvazione entro il 2026, anche se le previsioni del governo vedrebbero più realisticamente il 2026 concludersi al massimo con il voto alla Camera, con via libera definitivo del Senato entro la primavera 2027.

Secondo una stima di Assoporti, con il nuovo assetto alle Autorità portuali verrebbe sottratto il 40% delle entrate, una preoccupazione che resterebbe al centro dei dibattiti con i territori. Nel corso del convegno presso la Camera di Commercio di Brindisi-Taranto, il viceministro Rixi avrebbe confermato l’apertura del Governo annunciando la creazione di un tavolo di confronto permanente con gli stakeholder.

Prospettive per la competitività portuale

Secondo quanto ricostruito dalla riforma, i porti italiani, tutti insieme, farebbero il traffico di container della sola Rotterdam, elemento che sottolinerebbe l’urgenza di una strategia coordinata. La riforma sarebbe vista come l’occasione per dotare il Paese di una strategia logistica unitaria, dove nodi strategici come Taranto e i sistemi portuali siciliani potrebbero esprimere il loro pieno potenziale attraverso collegamenti funzionali adeguati.

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