Decreto Flussi, avrebbero “venduto” i nulla osta: smantellata presunta organizzazione a Taranto con 30 arresti

L’operazione della DDA e l’ordinanza del giudice

Trenta persone sarebbero state raggiunte da un’ordinanza di custodia cautelare eseguita dai carabinieri nell’ambito di un’inchiesta sul presunto sfruttamento illecito del sistema del Decreto Flussi. Il gip Maria Francesca Mariano avrebbe disposto 16 arresti in carcere e 14 ai domiciliari nell’inchiesta coordinata dal pm Milto Stefano De Nozza.

L’indagine, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce e dalla Procura della Repubblica di Taranto, ipotizza, a vario titolo, i reati di associazione per delinquere aggravata finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina aggravato e continuato in concorso.

Il meccanismo della presunta truffa sui nulla osta

Secondo la ricostruzione degli investigatori, il gruppo avrebbe organizzato un sistema finalizzato a favorire l’ingresso irregolare in Italia di centinaia di cittadini extracomunitari, in prevalenza provenienti da Pakistan, Bangladesh e India, utilizzando il meccanismo previsto dal Decreto Flussi, con false richieste di assunzione presentate attraverso il portale “Ali” del Ministero dell’Interno.

Le pratiche sarebbero state predisposte da un Caf con sede a Taranto, con il coinvolgimento di intermediari e imprenditori ritenuti compiacenti. I cittadini stranieri avrebbero versato somme fino a 6.500 euro per ottenere il nulla osta al lavoro e il successivo visto d’ingresso in Italia.

Secondo la ricostruzione, su una somma complessiva fino a 6.500 euro per persona, 5.000 euro sarebbero stati destinati al datore di lavoro compiacente, 1.000 ai promotori e 500 ad altre figure intermediarie.

La struttura della presunta organizzazione

Ai vertici, secondo l’accusa, ci sarebbero stati l’avvocato Michele Cervellera, 62 anni, nato e residente a Taranto, che avrebbe coordinato l’attività dell’organizzazione mantenendo i rapporti con gli intermediari e individuando le aziende da utilizzare, e Antonio Damiano Milella, 52 anni, nato e residente a Taranto, che avrebbe curato la predisposizione e l’invio delle pratiche sul portale ministeriale.

Gli intermediari avrebbero reclutato i candidati e raccolto i pagamenti; gli imprenditori avrebbero prestato nome e firma a contratti di lavoro inesistenti.

Come avrebbe funzionato il sistema nei dettagli

Un presunto meccanismo tra il 2024 e il 2025 avrebbe consentito a centinaia di cittadini provenienti soprattutto da Pakistan, Bangladesh e India di ottenere il nulla osta e il visto d’ingresso attraverso richieste di assunzione presentate sul portale del Ministero dell’Interno. Una volta ottenuto il nulla osta, il lavoratore richiedeva il visto e arrivava in Italia come se fosse stato realmente assunto. In realtà, secondo la ricostruzione della Procura, molti di quei rapporti di lavoro sarebbero stati solo sulla carta.

L’organizzazione si sarebbe avvalsa di imprese operanti nella ristorazione, negli stabilimenti balneari, nei negozi di telefonia, nell’edilizia, nel settore alberghiero, agricolo e manifatturiero, utilizzate esclusivamente per simulare rapporti di lavoro.

Una volta arrivati in Italia, molti sarebbero stati impiegati in nero presso aziende diverse da quelle indicate nelle domande, arrivando persino a sostenere personalmente i costi contributivi richiesti dai presunti datori di lavoro.

Le province coinvolte e le misure cautelari

Le misure avrebbero interessato indagati residenti nelle province di Taranto, Lecce, Foggia, Matera, Campobasso, Milano, Verona, Ragusa e Latina. L’indagine è stata sviluppata dai carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Taranto, agli ordini del Maggiore Gennaro De Gabriele e del Capitano Vito De Cesare.

Per alcuni episodi contestati, gli investigatori ritengono che siano stati predisposti anche contratti di lavoro e documentazione retributiva fittizia utilizzata per consentire il rinnovo del permesso di soggiorno a cittadini stranieri già presenti in Italia.

Le accuse e la vulnerabilità dei migranti

Gli investigatori ritengono che il sistema avrebbe fatto leva sulla condizione di vulnerabilità economica dei lavoratori stranieri, molti dei quali avrebbero contratto debiti o venduto i propri beni pur di raggiungere l’Italia.

L’inchiesta avrebbe inoltre evidenziato una struttura organizzata con promotori, intermediari e imprenditori, che avrebbero utilizzato chat criptate e un linguaggio in codice per gestire pagamenti e pratiche.

Lo stato del procedimento

Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari e per tutti gli indagati vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

Lascia un commento