Operazione Core, la maggior parte degli arrestati si avvale della facoltà di non rispondere

Negli interrogatori di garanzia per gli indagati raggiunti dalla custodia cautelare nell’operazione antimafia Core, nella quasi totalità dei casi avrebbe prevalso la scelta di avvalersi della facoltà di non rispondere davanti al giudice Valente, anche alla luce della complessità dell’inchiesta e dell’imponente ordinanza cautelare composta da circa 1.600 pagine, notificata pochi giorni prima del confronto con il magistrato.

Tra coloro che avrebbero scelto il silenzio anche Antonio Guadadiello, 43 anni, ritenuto dagli inquirenti figura di vertice del presunto sodalizio criminale dopo l’uccisione del fratello Luigi.

Tre indagati rispondono alle domande del magistrato

A rompere il muro del silenzio sarebbero stati soltanto tre indagati accusati di associazione mafiosa. Davide Guerrieri, secondo quanto riportato, avrebbe ammesso al giudice di aver custodito droga in casa a Squinzano, ma avrebbe precisato di averlo fatto per conto di un amico, negando legami con il clan.

Patrizio Margilio, accusato di aver gestito gli introiti della droga, avrebbe invece spiegato di aver avuto solo rapporti di conoscenza con gli indagati.

Spiegazioni sarebbero state fornite anche da Simone Primiceri, a cui sarebbe stato contestato di aver presenziato a un pestaggio e a una riunione strategica del gruppo. Primiceri avrebbe escluso la sua partecipazione alla frangia mafiosa.

L’operazione Core nel Salento

L’ordinanza di custodia cautelare, voluminosa e articolata, avrebbe smantellato una radicata organizzazione criminale che, secondo l’accusa, avrebbe controllato i territori di Trepuzzi, Squinzano, Campi Salentina e Torchiarolo.

Trenta le misure cautelari eseguite dai carabinieri. La mole delle contestazioni avrebbe innescato una reazione a catena di silenzi tra gran parte degli arrestati ascoltati.

La strategia della difesa

La scelta di avvalersi della facoltà di non rispondere avrebbe trovato giustificazione nel breve lasso di tempo intercorso tra il blitz e il confronto col giudice Francesco Valente, che non avrebbe consentito di vagliare attentamente le numerose accuse contenute nell’ordinanza. Secondo gli addetti ai lavori, la decisione degli arrestati di mantenere il silenzio rappresenterebbe una scelta strategica: di fronte a un’ordinanza così corposa, con accuse complesse e articolate che spazierebbero dall’associazione mafiosa al traffico di droga, dalle estorsioni alle spedizioni punitive, molti indagati avrebbero preferito prendere tempo, affidandosi a un esame più approfondito della documentazione e al lavoro difensivo degli avvocati prima di esporre la propria posizione.

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