Militare di Grottaglie riconosciuto vittima del dovere: accolta la causa dopo 11 anni dalla morte

La Corte d’Appello di Lecce avrebbe riconosciuto lo status di vittima del dovere in favore di un militare originario di Grottaglie, deceduto nel 2015 all’età di 38 anni a seguito di una grave patologia ematologica che si sarebbe manifestata dopo il servizio prestato in Kosovo. La sentenza rappresenterebbe un importante riconoscimento per la comunità tarantina e un precedente significativo nella tutela dei militari impegnati in missioni internazionali.

La sentenza della Corte d’Appello di Lecce

La Corte d’Appello di Lecce, Sezione Lavoro, avrebbe riconosciuto lo status di vittima del dovere a favore del militare grottagliese. La prematura scomparsa del giovane servitore dello Stato aveva profondamente colpito la comunità grottagliese. I giudici avrebbero ribaltato la decisione del Tribunale di Taranto, che in primo grado aveva respinto la richiesta dei familiari di accesso ai benefici previsti dalla normativa. Con la nuova sentenza, la Corte avrebbe riconosciuto il diritto dei parenti alle provvidenze economiche, accogliendo integralmente l’appello.

Il percorso giudiziario dei familiari

Dopo il decesso, i genitori avrebbero intrapreso un lungo e complesso percorso giudiziario per ottenere il riconoscimento dei benefici previsti dalla normativa in favore delle vittime del dovere e dei soggetti equiparati. Nonostante il rigetto della domanda da parte del Tribunale di Taranto, i difensori avrebbero proposto appello, insistendo sulla rilevanza delle condizioni ambientali e operative della missione, delle risultanze medico-legali e del nesso concausale tra il servizio prestato e la patologia. La vicenda è stata seguita dagli avvocati Massimo Spagnulo, Ciro Santoro e Maria Santoro sin dal primo grado.

Il servizio militare e l’esposizione a uranio impoverito

Dopo aver prestato servizio nel 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti «Col Moschin», il militare sarebbe transitato nei ruoli della Polizia di Stato. Nel corso della missione internazionale in Kosovo, avrebbe operato in un contesto caratterizzato dal rischio di esposizione a uranio impoverito e nanoparticelle. Secondo la ricostruzione dei giudici, quel contesto operativo avrebbe avuto un ruolo concausale nell’insorgenza della patologia che ha portato al decesso, consentendo di riconoscere il legame tra servizio e malattia.

Il significato della sentenza

La pronuncia riveste particolare rilievo poiché confermerebbe che, nelle patologie multifattoriali, il nesso con il servizio può essere riconosciuto anche sotto il profilo concausale, quando emergano elementi significativi quali l’esposizione a scenari operativi contaminati, la giovane età del militare, l’assenza di fattori predisponenti e le peculiarità del teatro di missione. La decisione rappresenterebbe un importante risultato sotto il profilo umano e professionale e costituirebbe, al tempo stesso, un segnale significativo per tutti i militari italiani impegnati nelle missioni internazionali e per i loro familiari, spesso chiamati ad affrontare lunghi percorsi amministrativi e giudiziari per ottenere il riconoscimento di diritti fondati sul servizio reso allo Stato.

I benefici riconosciuti

Il riconoscimento di vittima del dovere comporterebbe l’accesso a benefici previdenziali e risarcitori per i familiari dell’ex militare. La sentenza consentirebbe ai genitori di accedere alle provvidenze economiche previste dalla normativa per le vittime del dovere, dopo un’attesa di undici anni dalla scomparsa del figlio. La vicenda del militare tarantino si inserirebbe in un quadro più ampio di riconoscimenti giudiziari a favore di militari italiani esposti a fattori di rischio durante servizio all’estero, in particolare per patologie correlate all’uranio impoverito utilizzato in operazioni militari nei Balcani.

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